31/10/2003 di Eliseno Sposato

"Apòkrifos - condizioni dell'animo" pur essendo il secondo disco, rappresenta il vero esordio di questo terzetto calabrese, che mostra una qualità superiore alla media dei gruppi, non solo calabresi, che si agitano nel sottobosco del cosiddetto indie rock. Rispetto a "Sinfonie delle cose perse" si ha l'impressione di un cambio dirotta molto netto, quasi che il rumorismo presente in "Apòkrifos" voglia trasformare le visioni oniriche del primo lavoro in un brusco ritorno alla realtà. "Apòkrifos", meglio chiarirlo fin da principio, non è un disco facile, ne lo si può ascoltare a tratti, saltando da un brano all'altro; ha bisogno di un'attenzione particolare, perché sin dalle prime note di "Gemiti della coscienza" sviluppa il flusso intimista che avvolge l'ascoltatore. "Poltergeist" cattura gli aspetti dell'inquietudine dell'anima, basandosi principalmente su delle reiterate e circolari esplosioni soniche che rimandano ai Sonic Youth degli esordi, ben esprimendo quanto si possa evincere dal titolo del brano. Dopo oltre sette minuti si esce quasi spossati da questa tempesta e la delicata e quasi sussurrata "Un giorno di pioggia", con le semplici linee melodiche tracciate dal rhodes, aprono la strada verso un porto sicuro dove ritrovare le energie. La voce, usata con molta parsimonia, sembra più uno strumento aggiunto che emerge a fatica solo in un paio di episodi, che vanno ricercati con attenzione per farli emergere dai posti segreti dove sembrano custoditi elosamente - più che ad un cantato vero e proprio si pensi ad un bisbiglio che tramanda un segreto quasi inconfessabile.

Dopo "Il candore innaturale del mai" incentrata solo sul testo recitato, emerge quello che sembra il brano più convincente dell'intero disco, "Rumore di vetri infranti", traccia che può ben rappresentare il 'singolo' di un album senza canzoni. Una cavalcata elettrica che rimanda alla migliore espressione del cosiddetto (ahimè) 'post-rock' dove il crescendo noise non si discosta mai dalle linee melodiche. Al termine, una breve pausa di silenzio introduce il trittico finale dei brani che meglio rappresenta questa fase del gruppo calabrese.

Sicché la musica diventa ancora più descrittiva e visionaria, alla quale mancano solo delle immagini di un lavoro cinematografico da commentare per trovare la collocazione perfetta di questo disco. "Leanan sidhe" funge da viatico per una "Spigoli taglienti" che sembra uscire dai Motorpsycho più visionari - quelli di "Trust us" per intenderci. Gli archi di "Fleurir" chiudono quasi con leggiadria il lavoro, spezzando definitivamente la tensione di un album (di cui il primo volume della serie "P.O. BOX 52", edito recentemente dalla Wallace, riporta alcune tracce fra i propri solchi) dove spicca l'ottimo lavoro svolto in fase di produzione da Fabio Magistrali, che ha saputo catturare l'umore di un disco restituendolo all'ascoltatore in una maniera fruibile, senza l'intervento di alcuna sovraincisione, ma lavorando molto in fase di arrangiamento e sostenendo il gruppo a scegliere le idee meno banali.

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