05/03/2015

Ho navigato in questo disco per giorni chiedendomi quale fosse il modo migliore per raccontarlo, inciampando in interrogativi ai quali non trovavo risposta nemmeno concentrandomi un po’, scivolando via da un percorso rituale per affondare in considerazioni estemporanee, in fotogrammi per me chiarissimi ma che non sapevo spiegare, in moti personali che non saranno mai uguali a quelli altrui. Soltanto dopo ho capito che tutto questo scivolare aveva gli stessi sintomi dell’amore, sintomi che spuntavano da ogni canzone e io li avevo talmente assorbiti da non comprendere più se fossero miei o della musica che ascoltavo. E in questo scambio così naturale quanto straordinario sta il segreto di questo album: non puoi restare distante ma necessariamente farne parte, e la cosa davvero sorprendente (ed è sempre stato così, anche quando si faceva chiamare Moltheni) è che sei tu a forzare l’ingresso, non è mai Umberto che, piuttosto, rimane elegantemente distaccato da tutto, quasi che cantasse per l’esclusivo momento in cui lo fa.

Si delinea chiaramente, sullo sfondo che è orizzonte sfumato,una sorta di dolcezza che prende sovente pieghe d’incanto malinconico, una tessitura imprescindibile tra parole che raccontano errori, nostalgie e sentimenti che esplodono dentro e note morbide cullate da archi magici e tastiere agrodolci, e la chitarra spesso si defila per lasciar spazio allo splendore sotteso nelle trame dilatate dei brani, mentre la batteria s’alterna tra il suo innato spirito arrembante e un ruolo da sapiente comprimaria. La title track apre con una forza che cattura all’istante, dopo qualche minuto sei già preso, e fino alla fine non ci sono cali di tensione emotiva, neppure quando si incrociano tracce che sfiorano gli otto minuti e tu quasi non te ne accorgi, come “C’è chi ottiene e chi pretende” che è una ballata sofisticata e densa, come “Pregando gli alberi in un ottobre da non dimenticare” che è una traversata sofferta di costruzioni sonore ricche e mutevoli mentre la voce resta immobile faro a rischiarare.

Umberto Maria Giardini giunge al terzo lavoro firmato col suo vero nome mantenendo la viscerale raffinatezza che non gli è mai mancata, con un approccio più etereo e impalpabile tanto che, in alcune canzoni, pare quasi che la materia sfumi, mentre in altre riacquista peso senza però mai diventare cruda: “Protestantesima” ha la bellezza di cui avevi bisogno e, inevitabilmente, vorrai farne parte.

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La recensione Umberto Maria Giardini - Recensione - Protestantesima di margherita g. di fiore è apparsa su Rockit.it il 18/07/2019

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