16/02/2015

L'ultima volta che sono stato a Berlino in un centro commerciale c'era questo negozio. Erano in grado di realizzare una statuetta con le tue sembianze. Quella da 7 centimetri costava 49 €, quella da 35 cm 599€, con uno sconto di 100 € su tutte le successive copie che ordinavi. L'idea di stare in mezzo a tutte quelle statuette mi dava una sensazione strana, non dico facessero paura, ma un po' sì. Perché a) nonostante tutte le espressioni fossero sorridenti avevano comunque qualcosa di goffo e triste, anche quelle in coppia abbracciati b) perché ovviamente fa paura l'idea che si voglia spendere 600 euro per tenere sé stessi sul comodino. Anche come idea regalo.

“Egomostro” parla in parte di questo ma non solo di questo, anzi. Inizialmente ti aspetti un disco molto più aggressivo e cinico nei confronti di determinati trend sociali. Giusto “Maledetti italiani” - il singolo uscito in anticipo a novembre – sottende qualche piccolo prurito di tipo politico ma è niente rispetto ai disegni spietati di quei barbari lampadati che nel disco prima minacciavano di prendersi il paese. “Egomostro” sposta l'attenzione su altro: è il disco della paura – parola abbastanza ricorrente nelle canzoni – e dell'Ego del protagonista che rischia di rimanere solo a vita, un po' per colpa sua, un po' perché può capitare. Il colpo di genio è contrapporre questa insicurezza/malinconia ad arrangiamenti convinti e decisi. Perché il punto importante è: su quattordici canzoni, almeno sei sono bomba. Magari non le canterai sotto la doccia ma sono fatte bene, di un bene che ormai è raro: i ritornelli funzionano, le parole sono scelte con precisione e hanno un ruolo forte, le melodie sono belle. Soprattutto: ogni pezzo si basa un'idea di produzione, solida e chiara, che lo distingue dal successivo, cosa che invece non riusciva quasi mai nel precedente “Un meraviglioso declino”, rendendolo pesante e, alla lunga, monotono.

La title track è “This must be the place” dei Talking Heads in minore. “Brezsny” è “Una giornata uggiosa” di Battisti rifatta mid-tempo come la rifarebbero i Phoenix. “Mai vista” inizia come potrebbero incominciare molte altre, ma poi diventa degli Air. “Copperfield” balla su arpeggi acustici e atmosfere quasi alla Sinigallia e ha quella malinconia strana alla Noir Désir. Queste le quattro più eccentriche, poi ce ne sono altre più vicine allo stile a cui Colapesce ci aveva abituati ("Reale", "Sottocoperta", "Dopo il diluvio") ma sono ugualmente belle per struttura, dettagli, melodie, per tutto insomma. Ne seguono altre belle ma non bellissime ma a quel punto pazienza.

Come avrete capito, non è un disco sereno, almeno nei testi. Ce ne sono un paio ("Mai vista", "Sottocoperta") che sembrano scritti appena alzati dal letto dopo aver fatto l'amore, ma già in “L'altra guancia” quel “è andata così” non sembra un buon segno o in “Reale” dice che “amare basta e lo faccio a testa alta” ma suona più come un farsi coraggio che una vera constatazione. Per il resto: inferni, pigiami provati dal tempo, ricordi trascinati nel letto, certezze che si increspano, ghiacciai che si spera terranno ancora qualche mese e, più in generale, bassa autostima. Lo scrivere si fa meno criptico, le frasi diventano più lunghe, quasi colloquiali. Il linguaggio sembra più semplice – che non vuol dire banale - ma difficilmente ci si immedesima. Ci sono sfumature che corrispondono a sensazioni che corrispondono a nervi scoperti comuni ad ognuno di noi (il porgere o meno l'altra guancia, l'essere sempre gli ultimi a sapere le cose, la routine come acerrimo nemico delle relazioni, ecc.). In “Sold Out” c'è quest'immagine di Lui che a va rileggere le conversazioni in chat di una possibile Lei che non c'è più: è uno dei pochi momenti dove posso riconoscermi. Il più delle volte, però, le canzoni raccontano storie chiuse, le capisce solo chi le ha scritte. Lo potresti vedere anche come un difetto, se non fosse che il titolo è una così esplicita dichiarazione d'intenti.

“Egomostro” ha moltissimi pregi, il principale è quello di mettersi in gioco nel tentativo di trovare un modo diverso – che non vuol dire nuovo, visto le sonorità coinvolte – nell'arrangiare la canzone d'autore. È un lavoro serio, senza ammiccare o trovare scorciatoie. Va oltre il semplice mettersi a nudo sperando ti considerino coraggioso e basti così. Il risultato è una bomba. Complimenti.

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La recensione Colapesce - Recensione - Egomostro di Sandro Giorello è apparsa su Rockit.it il 18/07/2019

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