Cletus Melba 2003 - Sperimentale, Elettronica, Post-Rock

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Nel deprimente piattume che caratterizza le programmazioni delle emittenti radiofoniche nazionali, indistintamente network commerciali ed emittenti pubbliche, qualche barlume di vita intelligente per fortuna ancora esiste, o almeno esisteva fino a poco tempo addietro. Bastava cercare, con pazienza. Uno di questi rari sprazzi di luce veniva da un programma quotidiano di Radio3 chiamato Fonorama. Diversi mesi fa, ascoltando una puntata di questo programma, rimasi folgorato dall’ascolto di uno splendido brano intitolato “Tamaki”, tratto dall’album “Melba” realizzato da un progetto torinese chiamato Cletus. Questo è all’incirca quello che disse il conduttore. Bizzarri e affascinanti i titoli del brano e dell’album, bizzarro il nome del progetto. Quel brano e quei nomi mi avevano incuriosito, non avendo idea, allora, di chi fossero questi Cletus. Una rapida ricerca e in poche ore l’arcano venne svelato. Cletus è un progetto formato da tre ragazzi torinesi, Marco Palmieri, la mente del progetto, Stefano Danusso, musicista polistrumentista e Simone Sanna, batterista. Il progetto nasce e trova compimento a Torino, negli studi 20/20k dello stesso Marco Palmieri. In termini di sonorità, Cletus si muove nell’ambito dell’elettronica d’ascolto, minimale, pochi suoni, essenziali ed estremamente curati, un fine lavoro di cesello. Gli strumenti analogici, e cioè la chitarra e la batteria, vengono “manipolati” dalle macchine e dalle mani di Marco Palmieri. Ne viene fuori un suono sospeso tra elettronica e post-rock, all’insegna della morbidezza e della lentezza. “Melba” è un disco notturno, a tratti chiuso, ostico, con loop che si ripetono in maniera quasi ossessiva, ipnotica, come, ad esempio, in “Plano” e in “Kayo Su Ko”; a tratti (sporadici) presenta delle meravigliose aperture arricchite dalla voce di Terry Ann Frencken e dal violino di Antonio Torrisi, come in “Tamaki”; a tratti emerge in maniera netta la propensione verso il post-rock, come in “Acuum”, con la sua coda lo-fi, brano che chiude l’album. “Melba” è un disco dalle mille sfaccettature. Per ognuna di queste sfaccettature si possono citare, per amore di chiarezza e comprensione, nomi di riferimento. Nomi da cercare prevalentemente in Germania. Si può provare, così, qualche accostamento: la cupezza, ad esempio, dell’album “Cinemascope” di Monolake; la staticità dei brani di Christian Kleine e, per rimanere sempre in casa Morr Music, l’utilizzo delle chitarre di Manual; “Tamaki” può ricordare qualcosa di Barbara Morgenstern, in parte nei suoni, ma, soprattutto, nell’utilizzo della voce teutonica di Terry Ann Frencken; per “Sima Day”, con le sue ritmiche mid-tempo, prima, e down-tempo, dopo, si può pensare al Dj Shadow dei primi lavori (“Preemptive Strike” e “Endtroducing…”). Sia chiaro, però, che si tratta solo di un gioco, utile a raccontare la musica di Cletus con suoni altrui, di artisti più conosciuti. In realtà Cletus riesce a tenere saldamente in mano il timone della propria musica, mostrando carattere e originalità. Un disco davvero ben assemblato, interessante, vario, con un gioiello (“Tamaki”) che brilla di luce propria. Un plauso all’etichetta Cane Andaluso per il coraggio di questa produzione, per la quale è senz’altro difficile ipotizzare grandi vendite. Bello anche il packaging del disco, realizzato da Giacomo Spazio.

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La recensione Melba di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2003-12-07 00:00:00

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