11/12/2003 di Alessandro Bonanni

Anzitutto è opportuno precisare che i tre febbricitanti ragazzi romani nulla hanno a che spartire con l'omonimo combo emerso dalla new wave of rock & roll newyorkese poco prima dell'estate.

Provenienti da esperienze di massiccio e concreto post-core, i The Fever dicono di loro: "suoniamo insieme dall'autunno 2002 e il promo lo abbiamo registrato dopo un mese e mezzo in cinque giorni. Sono le prime tre canzoni che abbiamo scritto. Le nostre influenze vanno dalla sperimentazione americana soprattutto newyorchese fine settanta al punk-new wave inglese, fino alla psichedelia pop di fine degli anni ottanta." Ed infatti, già al primissimo ascolto, questa demo rivela i molteplici riferimenti culturali che la attraversano: immaginate qualcosa che, fin dalle prime quattro note, ricerchi lo spessore sonoro di Jesus and Mary Chain, Spaceman 3 e My Bloody Valentine, che si avvicini alle timbriche profonde dei Tarantula Hawk, che faccia correre la mente ai Pink Floyd, che condivida l'attitudine psichedelica degli Archive e che richiami gli Stone Roses e i Sonic Youth... e che, pur in una esplicita dimensione esteticamente tragica, suoni insaziabilmente "brit". La risultante di tutto questo è una processione psicotropica, lenta e con aperture abissali: vi sembrerà troppo chiamarla "psych-synth-shoegaze-brit-rock"?

I tre brani si sviluppano in modo orizzontale, come crescendo in tono minore dalle strutture molto semplici. Il suono in essi è tutto, materia fisica e tangibile, densa e intensa. Strato dopo strato, un inno ossessivo sostanzia il sogno di un wall of sound invalicabile. Un muro di suono avvincente, che non s'innalza verso il cielo, ma sembra sprofondare fino al centro della terra per quanto è corposo. La registrazione è di buona qualità, e soprattutto ben missata: il synth ha una preponderanza tale da dilatare e saturare ogni angolo dello spettro sonoro, mentre tutto il resto, voce compresa, sembra immergersi in esso come in un fiume di onde sinusoidali.

La traccia multimediale contiene il video-clip di Inferno Red Kisses: la prima sequenza è molto valida, con montaggio serrato e close-up iperrealisti, ma poi, nel corso della durata non breve del brano, la tensione filmica rallenta e tende a "sedersi" sul cliché del divano dove i tre membri della band rimangono fotografati in pose sempre diverse ma per troppi minuti. Ad onor del vero, gli stessi Fever ammettono: "più che un video, è una presentazione della band".
In definitiva, in questo piccolo assaggio c’è abbastanza sostanza da far sperare in un esordio full lenght coi fiocchi. Se sapranno mantenere le promesse, i The Fever saranno un altro nome da segnarsi sul quaderno dei desiderata.

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La recensione The Fever - Recensione - We are the fever di Alessandro Bonanni è apparsa su Rockit.it il 18/07/2019

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