Cut Bare bones 2003 - Rock'n'roll, Punk, Noise

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Se devo essere sincero, al primo ascolto di questo lavoro non ho subito pensato di cosa potessi scrivere nella recensione; bensì, ho riflettuto sul fatto che la band bolognese abbia precorso i tempi sul revival di un genere che raccoglie i frutti (leggi riscontri commerciali) negli ultimi due anni. Tanto vi basti per capire quanto sia sincera e senza trucchi la musica di un gruppo che, nel corso della sua carriera, ha dovuto confrontarsi - praticamente ad ogni uscita - con continui cambi di formazione. Al contrario, é rimasta invariata la ricetta di fondo: sporco rock‘n’roll mai incline a compromessi, ma piuttosto ortodosso e lontano da ammiccamenti a questa o quella scena/tendenza.

Sicché, diciamolo subito, la fortuna e gli eventi non hanno mai contribuito a premiare una ‘macchina da guerra’ (avete mai assistito ad un loro concerto?) che avrebbe meritato spazi ben più ampi e qualche proselita in più. Che di certo non arriverà con questo “Bare bones”, terzo capitolo di un’ipotetica trilogia che ci auguriamo possa considerarsi chiusa proprio con quest’episodio; il terzetto, infatti, sembra aver esaurito la sua vena creativa, relativamente alla materia trattata, nei tre dischi finora pubblicati. D’altronde, proprio in quest’ultimo album gli accenni verso un possibile aggiustamento di rotta sono tutt’altro che palesi, e anzi ci sembra prevalgano scelte stilistiche e produttive vicine a quelle posizioni ortodosse di cui sopra. Per carità, nulla da ridire sulle possibilità di optare secondo i criteri ‘tradizionali’, ma a vivere questo disco da ascoltatore mi sembra del tutto svanito il gusto e la verve che contraddistingueva le prime due uscite discografiche della band (a loro modo già ricche di citazioni ma assolutamente convincenti per la forte personalità che esprimevano), due qualità che in un disco fatto di (e basato sul) rock‘n’roll possono dirsi irrinunciabili.

Qui dentro pochi sono i momenti degni di nota (“Hold me back”, dove nel finale compaiono i fiati, e la conclusiva “Jungle sickness”) essendo le 13 tracce spesso ripetitive nelle strutture e quindi povere di ‘variazioni sul tema’. Avremmo preferito, repetita iuvant, più sforzi a livello compositivo e minor fedeltà a modelli ormai ampiamente reinterpretati; anche perché in molti frangenti le canzoni qui proposte ricordano/ricalcano molti passaggi tipici degli One Dimensional Man - senza però affondare mai quel colpo decisivo che le canzoni dei 3 veneti puntualmente piazzano. E ciò dispiace, per tutti i motivi elencati in apertura di recensione e perché Carlo, Ferruccio e Francesco godono da sempre - e sempre godranno - della nostra stima incondizionata. Ma tanto non basta per dire bene di un lavoro che ci auguriamo (veramente!) di transizione.

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La recensione Bare bones di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2003-12-19 00:00:00

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