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RECENSIONE
09/01/2004

Le aspettative erano alte. I personaggi in gioco avevano costruito un loro spazio autonomo nei miei ascolti, guadagnandosi la stima che regalo a pochi. Il rischio di rimanere deluso era piuttosto elevato, eppure, dopo alcuni mesi di silenzio e la sostituzione di un membro della formazione, gli Zen Circus trattengono il fiato, salutano affettuosamente e scavalcano tutti con un allungo inaspettato, tirando fuori il disco che tanti sognano di fare.

Frantumato e ricostruito l'ingombrante paragone coi Violent Femmes, la formazione pisana mantiene i propri tratti essenziali ma alleggerisce quell'atteggiamento approssimativo che aveva reso tanto accattivante il suo folk punkereccio, lasciando spazio ad una nuova morbidezza compositiva.

Meno schiamazzi e improvvisazioni da strada. Niente esuberanza da giullari ubriachi. Le vecchie nevrosi sono ora confortate da una soffice vena poprock, riscaldata da un profondo respiro internazionale. Non più solo strumentazioni di fortuna e rustico baccano, ma anche raffinate scelte melodiche e ricchezza negli arrangiamenti. La spontanea attitudine folk travalica ora la propria natura e acquisisce maggiori doti narrative, mentre le pulsioni punk vengono sparpagliate in scintille appena visibili, tanta è la compattezza armonica.

Il disco corre e rallenta, rimanendo in costante sospensione tra ammiccanti armonie vocali e coretti sbarazzini, brevi suggestioni da grande ballata rock e cadenze monocorde da power pop, giocose filastrocche e ariosi ritornelli di due accordi, trovandosi di tanto in tanto a rimbalzare sulle suggestioni dei Beat Happening.

Un elenco di tracce a prova di "skip", con momenti di coinvolgimento assoluto come Sweet Me, meravigliosa ballata che si scioglie ascolto dopo ascolto, anche grazie alla partecipazione dei Perturbazione. Stessa intensità, ma diversa ambientazione, per l'irresistibile controcanto femminile di Sailing Song, una versione sobria e delicata degli Halo Benders. Non da meno gli altri brani, spesso guidati dalla stessa stella che ha orientato gli spostamenti più melodici dei Pixies. Così se in Way South ritorna piacevolmente anche la chiassosa e gioviale vena folk, ecco Black Hole e My Lovely End, che chiudono il disco in un tripudio elettroacustico di accattivante semplicità pop.

Inutile dilungarsi alla ricerca di ulteriori dettagli. Doctor Seduction è niente altro che un disco Bello. Con il grande pregio di diventare subito un amico prezioso. Simpatico e disponibile. Intenso ma mai troppo invadente. Capace di regalare leggerezza ed entusiasmo.

Dieci brani che stuzzicano il buon umore, confortando le speranze di veder la musica italiana girovagare a testa alta per l'Europa. Nessuna intenzione di stupire con alambicchi di pretenziosa originalità, ma la lampante dimostrazione di come si possa essere estrosi e ispirati senza essere una imitazione calligrafica.

A meno di rivoluzioni peninsulari, gia da ora uno dei migliori dischi italiani del 2004.

Commenti (2)
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  • Lennon52 13/02/2019 ore 15:07

    Beh, raccogliere dopo oltre 15 anni (20 anni per la band ..) quello che si è seminato con fatica, tutto sommato è una soddisfazione (anche se per Sanremo resta una banda di "debuttanti ") .
    Grazie Acty.
    //Richard Milella

    > rispondi a @Lennon52
  • Lennon52 13/02/2019 ore 15:07

    Beh, raccogliere dopo oltre 15 anni (20 anni per la band ..) quello che si è seminato con fatica, tutto sommato è una soddisfazione (anche se per Sanremo resta una banda di "debuttanti ") .
    Grazie Acty.
    //Richard Milella

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