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RECENSIONE
15/07/2015

Al cospetto di quel titolo e di quella copertina sfacciata vi basterà appena un pizzico d’intuito per cogliere la nostalgica affezione dell’autore verso quelle indimenticate (e indimenticabili) galassie sonore che hanno reso grande la Germania (e non solo) di quaranta anni fa. Dopo sette album spalmati lungo un decennio il prolifico The Child Of A Creek decide di cambiare orizzonti musicali, si sceglie per l’occasione un moniker tutto nuovo – Fallen – e scaraventa cuore e cervello dentro le reti cosmiche dei grandi padri teutonici (Tangerine Dream, Ash Ra Tempel, Popol Vuh), implementando la catarsi strumentale del precedente “Hidden Tales and Other Lullabies” con certosine contaminazioni folk e un tocco magico di perdizione onirica: quello che ne viene fuori è una sorta di ambient siderale che alle sintetiche dilatazioni di rito associa l’inusuale calore di esotiche percussioni e deliziosi inserti di oboe e santoor.

Una personalissima sensibilità melodica fa il resto nel riuscito confezionamento di sei mini-suite atmosferiche (mediamente sui 9 minuti) che si sviluppano per accumulazione di armonie su filamenti minimali e sospesi di scuola Brian Eno: il trasognante folk-stellare della title-track, l’ammaliante santoor che riempie d’Oriente i suoni espansi di “Golden dust”, gli arcani e crepuscolari cerimoniali evocati da “Ravenhand” e “Cosmos”, la conturbante solitudine astrale di “Of dreams (and wounds)” e le lievitazioni lunari della conclusiva “At the end of the world”, segnano i confini di un’appassionata rivisitazione musicale, ed esistenziale al contempo, che ripudia pericolose emulazioni ma che guarda al passato come salvifica via di fuga.

Tracklist

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