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RECENSIONE
19/01/2004

Le origini dei Le Masque si perdono nell’alba della new wave italiana, ormai venticinque anni fa. Il nome, in prestito da un poema contenuto nei “Fiori del male” di Baudelaire, segnalava da subito una vocazione autorale e colta ribadita con l’uscita del secondo disco, “Colloquio” (1984), ispirato a una composizione di Carlo Vallini, poeta crepuscolare d’inizio secolo collega del ben più famoso Guido Gozzano, e con la partecipazione nel 1990 alla XVI edizione del Premio Tenco, dove la band milanese riscosse un buon successo. Passati dalle cantine del post punk ai dischi per le major (“Il signor Coscenza” [sic], 1990, Emi; “La memoria di Venere”, 1991, Cgd; “Le Masque”, 1995, Sony e “Dandies”, 1997, sempre Sony), i Le Masque ora approdano a Snowdonia sfornando il primo disco di materiale nuovo dopo sei anni di silenzio. Non è un caso se non è si ancora parlato di musica e influenze. “Gli anni di Globiana” è infatti disco particolare e strano, in cui alle canzoni sono frapposti intermezzi recitati che danno una connotazione da radiodramma Rai anni 70 (con un po’ di snobismo nostalgico) a questo concept sull’evoluzione della figura femminile nella società occidentale contemporanea, da sottomessa al maschio a “domina” che fonda il proprio potere sulla seduzione estetica ormai a portata di tutte. Emancipatasi dall’uomo, pone la propria distanza da esso come elemento fondativo del proprio rapporto col maschio. Disco ambizioso. Piacerà o ripugnerà, senza vie di mezzo. E per di più tutto giocato sulle parole: l’impressione è che, rifacendosi a modelli musicali come Sergio Endrigo, cantautore esule istriano degli anni 60 amato da Ungaretti e Saba, ma ricordato oggi forse solo per “L’arca di Noè” e “Ci vuole un fiore”, i Le Masque abbiano volutamente tralasciato di spingere sul pedale musicale della loro macchina artistica. Anche se a metà disco arriva una “Ne me quitte pas” di Jacques Brel nella versione italiana di Gino Paoli, la musica non spicca mai il volo come nei modelli dei Le Masque. Come da loro tradizione, presentano quindi un cantato distaccato, volutamente poco coinvolto, quasi assente (in linea col concept del disco, d’altro canto), dove melodie anche ariose (guarda caso la migliore è “Ombra di nuvola”) vengono come trattenute dall’arrangiamento. Che si rifà a sonorità ora da nightclub (“I dialoghi del mattino”), ora da aristocratico caffè intellettuale (il finale di “Ala bianca”), ora da salsa snobisticamente alla Fausto Papetti (“Dandies”), senza però tracce del divertissement lounge che ha caratterizzato il recupero del più famoso sax da balera italico. Disco che nella sua medietà non ammette compromessi. Per chi amerebbe ascoltare la versione padana degli Avion travel. Magari con Antonacci come collaboratore.

Tracklist

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