Üstmamò Duty Free Rockets 2015 - Rock, Country, Blues

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"Duty free rockets" riparte da presupposti completamente diversi rispetto al passato, trattandosi di un disco tributo al blues e al country

Leggere dopo 14 anni del ritorno sulle scene della formazione emiliana desta quantomeno un pizzico di curiosità, non solo fra chi all'epoca c'era ma anche fra gli amanti della buona musica. Meglio, però, fissare fin da subito le coordinate di questa rentrée, prima di deludere chissà quali aspettative.

Gli Üstmamò del 2015 non corrispondono affatto all'idea di una reunion, bensì ereditano esclusivamente ragione sociale e 2/4 componenti originali: Luca A. Rossi, colui a cui è scattato di nuovo qualcosa ("Dopo dieci anni dallo scioglimento ho deciso di rimettere in piedi la band perché avevo voglia di suonare, qualche idea e un po' di tempo da dedicarci") e Simone Filippi, il complemento necessario per far ripartire la macchina ("Una volta era un grande chitarrista, ora è un batterista intelligente e versatile ed è in grado di far suonare bene qualsiasi corpo vibrante).

"Duty free rockets" riparte quindi da presupposti completamente diversi rispetto al passato. Dimenticatevi del tutto gli arrangiamenti concepiti per la voce di Mara e le soluzioni sonore in cui la commistione di elettronica e canzone italiana trovavano una via a suo modo inedita. Queste 11 tracce sono, in buona sostanza, un tributo spassionato tanto al blues quanto al country ("è un guitar-album, composto e fatto di chitarra, registrato alla svelta, con due microfoni a valvole e un Ribbon su computer, senza editing massiccio, autotune, ecc."), in un'interpretazione di certo poco ortodossa ma, dall'altro lato, non imbastardita fino al punto in cui ci provò Moby all'epoca di "Play" (anche se l'apertura di "I play my chords" potrebbe persino far credere che il disco si sviluppi su questi binari).

Insomma, potreste trovare schegge tanto del Neil Young di "Harvest" quanto del primo Ben Harper, anche se in realtà Luca A. Rossi, nelle note stampa, l'unico nome che cita è quello di J.J. Cale, influenza dichiarata al punto da ripescare un pezzo ("Don't go strangers") dal disco d'esordio del musicista americano. Tutto il resto si sviluppa partendo principalmente da questi solchi e rimanendo all'interno di confini ben definiti; non mancano poi gli inserti boogie ("Joy", la title-track, "Wha wha wind"), i brani di sola voce&chitarra ("When the king talks to me", "Sad king") e finanche il ripescaggio di un traditional ("Hambone"), a completare un'opera in cui il genere intorno al quale ruota costituisce, alla fine dei conti, esclusivamente un pretesto.

Confermo, in definitiva, che "Duty free rockets" rappresenti da una parte un taglio netto con il passato e, dall'altra, un'inaspettata quanto sorprendente rinascita. Bentornati (e ben fatto).

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La recensione Duty Free Rockets di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2015-07-23 09:00:00

COMMENTI (2)

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  • abellotto 7 anni Rispondi

    bellissimo...
    mi ricorda le sonorità di jj cale

  • sandro.locprog 7 anni Rispondi

    Ci ascolto per la prima volta.... Gran bel lavoro sul serio!

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