25/05/2015

Quando ha pubblicato il suo primo disco solista, Appino veniva da quasi vent’anni con gli Zen Circus e la necessità principale era quella di staccarsi dal suono della sua band. La strada scelta era stata duplice: sul versante dei testi aveva buttato fuori le parole più personali e intime che avesse mai scritto, mentre le musiche erano andate verso un suono violento, con il fondamentale contributo di Giulio Ragno Favero alla produzione. Due anni dopo, Appino ha di nuovo cambiato, perché “Grande Raccordo Animale” va in una direzione differente e molto coraggiosa: quella di un album pop.

No, non è una sparata: per uno come Appino, con la sua storia, la cosa più difficile da fare è trovare un suono e uno stile in grado di farlo conoscere a un nuovo pubblico, senza però lasciare deluso chi lo segue da anni. Lo dice lui stesso con ironia in “Tropico del Cancro”, il pezzo che chiude l’album: “non farsi mai e poi mai trovare / dove tutti ti vogliono aspettare / ma se poi voi non mi trovate / ai miei concerti chi ci verrà?”

Per cercare un equilibrio così difficile, Appino ha chiamato come produttore Paolo Baldini e con lui è riuscito a realizzare un disco maturo e pieno. In apparenza, la novità più evidente sembra la deviazione verso il reggae (come naturale che sia, visto il coinvolgimento di Baldini, ex Africa Unite, da due album produttore dei Tre Allegri Ragazzi Morti), ma in realtà l’aspetto più importante dell’album è la capacità di introdurre questo elemento senza perdere l’anima Zen Circus (“Linea guida generale”), tenendo alcuni brani più legati all’esordio (“Galassia”) e aprendo a canzoni che in tutto il mondo verrebbero semplicemente definite delle ballatone rock (“Rockstar”, “Buon anno”), ma che qui da noi finiscono per essere classificate come “pezzi alla Vasco Rossi”. Che è una roba strana, ma va così.

Tutto questo sposta gli equilibri verso il pop, ma non aspettatevi un album leggero o senza pensieri: le canzoni di “Grande raccordo animale” parlano sempre di insicurezze e ansie, di persone perse che sperano di trovare prima o poi una Itaca a cui tornare (“Ulisse”) o in cerca di una fuga da qualsiasi cosa (“Nabuco Donosor”), anche da una vita che non è stata da “Rockstar” e si è risolta nel non avere in tasca nemmeno una manciata di euro per pagarsi una birra. Rispetto a “Il Testamento”, mancano i pezzi in grado di far attorcigliare lo stomaco: Appino sembra aver fatto un passo di lato, preferendo osservare e raccontare quello che vede, con grandi dosi di disincanto, ma sempre rifiutando qualsiasi forma di giudizio. In “Grande Raccordo Animale”, la voce di Appino emerge soprattutto in “New York” (“se fossi una città sarei questo paesone / dove abito con ambizione il mio rione”) e in “Tropico del Cancro”, una sorta di riedizione cinquant’anni dopo de “Il sociale e l’antisociale” di Guccini.

In apparenza Appino sembrerebbe essere dove non ci aspetteremmo di trovarlo, ma a conti fatti si tratta di un errore di prospettiva, perché un album completo e complesso come “Grande Raccordo Animale” è esattamente il tipo di disco che può firmare solo uno che suona e scrive canzoni da vent’anni e che in questo, è sempre bene ricordarlo, rimane uno dei migliori in circolazione.

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La recensione Appino - Recensione - Grande Raccordo Animale di Marco Villa è apparsa su Rockit.it il 19/08/2019

Commenti (6)

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  • babalot 27/05/2015 ore 13:07 @babalot

    anche all'estero fanno paragoni, dai, solo che magari li fanno con delle robe che a noi sembrano più fighe solo perché sono straniere. e qui ci tocca vasco, che ci vuoi fare. comunque riascoltandola, "rockstar" non è vascorossiana, o quantomeno lo diventa un po' alla fine. e poi mica è un insulto :D a me non piace ma apprezzo il coraggio di dire certe cose, arrangiarle in un certo modo, e sostanzialmente fottersene di essere il più alla moda o contemporaneo possibile.

  • babalot 27/05/2015 ore 13:40 @babalot

    ok, ascoltato tutto, tropico del cancro miglior pezzo secondo me. applauso sulla rima aragosta/bancoposta. giudizio sintetico: un disco coraggioso, non sempre ispirato come avrei voluto ma cocciutamente sincero.

  • maxavo 28/05/2015 ore 16:17 @maxavo

    Quando Appino, parlando di questo album, dice che si è sentito libero di sperimentare, non viene, a parer mio, sostenuto dal risultato. La sperimentazione comporta una sorta di disomogeneità che ne è, solitamente, la cifra che la contraddistingue; in questo caso invece, mi sembra che tutto l'album sia molto preciso(a differenza del disco precedente, quello si sperimentale) nel proporre canzoni che, per quanto diverse tra loro, siano tutte parti di un unico intero. L'approccio musicale ricorda molto il bell album "primitivi del futuro" dei tarm, con quella contaminazione reggae ad ampliare venature rock(ulisse, l'isola di futuro) che restano comunque in evidenza. In "la volpe e l'elefante",tra i clash e gli asian dub foundation, troviamo Appino; in "nabuco donosor" si comincia con Morgan e si finisce con i pink floyd; in Galassia ,la mia preferita, un battito ad accellerare ci trascina in un bel crescendo. A livello di testi, sembra che Appino abbia allargato il raggio della sua poetica, utilizzando la sua eperienza come fosse uno specchio che riflette gli altri, più che se stesso, rendendo il tutto molto meno appino-centrico, e,di conseguenza, universale.
    Il merito piu grosso, comunque, è che i dischi di Appino sono cosa molto diversa da quelli degli zen cyrcus, pur mantenendone la medesima sincerità; avere qualcosa da dire è gia buono, ma saperlo dire in forme differenti è un piccolo miracolo.
    Spesso si identifica l'album con il suo autore(l'album di Appino), in questo caso, è l'album ad ampliare l'idea di autore che si poteva avere di Appino.
    Puo piacere oppure no; a me piace.

  • doode 16/10/2015 ore 10:43 @doode

    Bellissimo disco!

  • eleonoranlu 28/01/2016 ore 22:16 @eleonoranlu

    Un buon lavoro, non ai livelli del primo per i miei gusti, ma interessante comunque.

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