05/02/2004 di Alessandro Bonanni

Ancora una volta da Catania, fucina di spasmi underground sublimi e continuamente rinnovati (Jasminshock, Uzeda, Bellini, Spriggan, Hc-B - e sono solo i primi che vengono in mente) proviene l’ennesima intrigante proposta in tema di devianza dall’ordinaria amministrazione: Diane and the Shell, trio in forte odore di post-rock e di noise, consegna la prima release esplorativa la cui poetica di svuotamento e scissione è ben rappresentata dall’essenzialità del titolo e dalla minimale grazia della copertina.

“Different shapes of scandinavian landscape”, la prima traccia, attraversata da un circonvoluto e nevrotizzante xilofono, è post-rock assiderato, che incrocia le coordinate dell’algida malinconia dei Mùm e delle liquidità dei Mogwai, svincolando nel finale umori di smarrimento esistenziale in una furia ritmica sincopata, sapientemente preconizzata attraverso un nervoso ispessimento della tensione e una continua riorganizzazione ossessiva dello scheletrico intreccio chitarristico di matrice ‘codeinica’. Si prosegue attraverso episodi che hanno la cadenza e le sonorità dello slow-core ma che paiono anche versioni elettrificate dei pastorali dei Gatto Ciliegia (“Two miles to next fuel station”), piccole sintesi degli Slint ripetute innumerevoli volte, come un haiku messo in loop (“Gregor”), ninne-nanne sci-fi (“Thank you, good night”), psichedeliche composizioni per basso chitarra e gatti strangolati (“Under tv light”), narcolettiche ridondanze che rimandano esplicitamente ai Mogwai di “Come on die young”, screziate di scorie e rumorismi strumentali a Sonic Youth (“Diane and the shell”). Alla ghost-track il compito di gettare un ipotetico ponte tra il post ed il noise, girando con meno scrupoli il potenziometro della distorsione.

Pur non brillando per originalità assoluta delle forme espressive, ricondotte per lo più a soluzioni stilistiche di genere, i Diane< and the Shell hanno dalla loro un valida impronta estetica materiata da un suono scarnificato, defilato, intimista, essenziale, quasi ‘squallido’, involuto in strutture cartilaginose e spigolose in cui fa incursione saltuaria la voce, connotata da un mood cadaverico, che è tutt’uno con la preziosa capacità di offrire panorami sonori di schiacciante emotività.

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