09/10/2015

Sotto una comune matrice nera e d’aria pesante che è densa più del fumo, in questo disco si muovono il rock, l’elettronica e rimembranze new wave, sì con scioltezza ma pure con un carico di anacronismi sonori e scelte fuori tempo massimo. La voce è spesso recitativo con riverbero, e alla lunga stanca un po’, mentre i brani non fanno presa, sono mani scivolose che non afferrano nulla, e quello che dovrebbe essere sano esperimento eclettico diventa un minestrone confusionario, senza direzione come un gregge di pecore allo sbando.

Ascoltando l’album è immediata l’impressione di trovarsi davanti un tentativo di concentrare molti, troppi elementi come se servisse a dimostrare qualcosa, quando invece ciò che manca è la leggerezza, il taglio netto, la scelta importante: ci sono canzoni che virano improvvise verso altri lidi senza un perché, cambiano forma perdendo contorni e spalmandosi in maniera indefinita nelle orecchie, celebrando stilemi obsoleti e tentando improbabili redenzioni con inutili crescendo.

“Re di quadri in trip” è un sovraccarico di intenti che andrebbe ripulito, limato e immerso in un mood più contemporaneo: così com’è proprio non convince.

Commenti (1)

  • Francesco Cobain 22/11/2015 ore 15:25 @pirateass25

    recensione presuntuosa e totalmente fuori...
    ma che gente incaricate voi di Rockit?
    "Sotto una comune matrice nera e d’aria pesante che è densa più del fumo"
    ma che vuoi dire? che senso ha? ma l'hai ascoltato almeno?
    questo disco spacca e basta.

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