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RECENSIONE
13/07/2015

Ho sempre adorato lo stridente e luccicante suono del metallo quando scintilla incontrando se stesso, il suono di una lama quando viene affilata, di un mazzo di chiavi quando sbatte e quello del cash in mano, in tasca o che cade dal cielo. Ecco perché mi piace quest'album, perché ho ritrovato queste tre figure del metallo: l'album parte ribadendo per l'ennesima volta qual è il fottuto nome del ragazzo d'oro del rap italiano, che caccia fuori una serie di tracce dal suo flow che è un'onda gigante vista dalla spiaggia, lenta e continua. Ascolti le rime che si intrecciano una dietro l'altra e non hai neanche il tempo di gasarti per come ne ha chiusa una che ti è arrivata l'intera onda addosso, lasciandoti affogare.

“Vero” è un album di alta qualità, quasi obbligata per far riemergere la dote di questo artista, mettendo in secondo piano il merchandising e le uscite a marchetta dei Dogo o la capacità di fare soldi all'istante (e non per forza con la musica); insomma, è un disco per ricordare a tutti che non c'è solo quel fenomeno da baraccone del pop-rap che manda in delirio i ragazzini, o meglio è un disco che serve per ricordare che i ragazzini possono anche uscire di testa per qualcosa di qualitativamente alto, per nulla buonista, come quelli che quando rappano le bimbe piangono. Queste sono le lame affilate.
La presa di posizione di Guè viene fuori con il singolone “Squalo”. Produzione 2nd Roof, cade lenta mentre il flow è spezzato, ritmico, tagliato. Potresti ascoltarla senza nemmeno capire le parole perché suona da sola, poi l'ascolti e c'è l'ennesimo suono del metallo, quello delle chiavi di casa:

Sti rapper parlano, ma nessuno di noi li caga, riportiamo questa roba in strada, dove è nata.

Il testo parla di un mondo di merda dove se vuoi farcela devi imparare a sbranare, un mondo visto dal basso della strada, dei problemi (quelli veri) e delle soluzioni immediate, dove se vuoi pagare l'affitto devi imparare a vendere e guadagnare, trasformarti in squalo per non stare tra gli afflitti. Mi convince, riesco a vedere la Barona come Baggio, i problemi da rione, i soldi dello spaccio, la scalata al successo; se il significato è sempre lo stesso (“Spacco tutto zio“) la poetica e il flow di questo pezzo lo rendono semplicemente stupendo, nostalgico e violento, come tutti vogliamo immaginarci l'immagine di un rapper, vera o falsa che sia.

Ma l'album si intitola “Vero”, e Guè Pequeno dice espressamente di volerlo essere nella traccia omonima. Denuncia di essere circondato solo dal falso in cui spesso si convince di aver trovato qualcosa. Io di vero ci ho visto che questa traccia prodotta da Lazy Ants fa parte del micro-filone pop che c'è dentro l'album, pastiglia che imbastisce e manda giù senza pesare troppo, senza farci giudicare il rumore dei soldi che cadranno dal cielo nelle tasche di Pequeno. Lo dico perché anche i pezzi più marchettari suonano bene: “Interstellar” è il pezzone commerciale per eccellenza, sia per la base che per gli hook ultra melodici lasciati ad Akon, ma non è un buttarsi via come spesso succede a svariati colleghi del Guè. Lui tiene botta, è la traccia con i contenuti più abbordabili dalla massa, quella che scioglie sia le ragazzine che gli zarri sensibili e romantici che la dedicheranno alla loro fidanzata con l'autoradio tirato al massimo: "Piangere mille notti, morire mille morti. Dormo per questi incubi, non sogno mai. Aspetto il giorno che mi sveglierai".

L'album cade come una lama sulla testa di tutti i rapper idolatrati dai 15enni, ti porta nel passato, come un mazzo di chiavi ti apre una visione del mondo di Guè, della sua vita, la sua scalata e i suoi affetti e ha il rumore dei soldi del grande successo che avrà. Il fil rouge di questo disco è la figura stessa di Guè Pequeno, la sua popolarità, la sua forza, auto-celebrazione all'americana del gangsta rap: Guè è uno dei pochi che riesca a farla suonare bene, all'italiana, senza pisciare troppo fuori dal vaso, ricordandoci anche e soprattutto perché lui sia lì nell'Olimpo del rap, partendo dal passato, dai suoi sogni di farcela, fino ad arrivare all'adesso, a lui sopra i palazzi, che gode di essere arrivato: la famosa fotta.

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