12/11/2015

Ad un anno esatto dall’ultima incursione nei nostri ammennicoli atti alla riproduzione musicale, Alessandro Calzavara (Deus ex machina che si cela dietro i tasti e le corde di Humpty Dumpty) torna con un nuovo lavoro che sa di consacrazione definitiva. Interrogato sul significato del titolo scelto - uno strano gioco di consonanti ed un’assonanza con la parola “entomology” (ramo della zoologia che studia gli insetti – ndr) - Calzavara si lascia sfuggire che sì, “si potrebbe ipotizzare una scienza che studia gli uomini in quanto insetti emoticon smile e, comunque, non più importanti degli insetti stessi”. Abbandonata (momentaneamente?) la lingua madre a favore dell’idioma albionico, il polistrumentista siciliano sveste contingentemente i panni del folksinger che così bene gli calzavano in quel “Dissipatio H.D.” del 2014 (recensione qui), per regalarci quindici episodi con una cifra di più ampio respiro.

Se per alcuni versi, la continuità con il precedente lavoro ci è assicurata da brani quali la meravigliosa “Close” o “Late Blues”, l’armamentario dal quale il one man band siciliano estrae gli strumenti per cesellare le sue preziose creature, è quanto mai assortito. Si va dal Jingle Jangle in stile Postcards Records di “Britney” (“In a moment of grace I peered into your heart and there I found with dismay a line from Britney Spears that even she forgot”) alla cold wave di “Time”, dalla melodia cristallina stonerosesiana di “Current” al trip lisergico di “Mirrors” (una sorta di Syd Barrett che rincorre Momus tra rovi di mirtilli e more). E c’è pure spazio per la cover di “Back To The Old House” dei semidei The Smiths. Perchè poi, alla fine, è inutile tergiversare e mantenere quell’aplomb che il ruolo di recensore imporrebbe, meglio uscire allo scoperto e dichiararsi per ciò che si è: un fan allo stadio terminale di questo poliedrico artista. E allora come non bruciare incenso ed omaggiare Apollo davanti a brani quali “Starglow” o “The Chain” (invettiva orwelliana e antimilitarista) o ignudarsi ed abbracciare le colonne dei portici del proprio centro storico ascoltando la mesmerica “A Shot of You and I”, in cuffia.

Se non l’aveste capito, questa volta Humpty Dumpty ha scritto il proprio Sgt. Pepper’s , scolpito il suo Ratto di Proserpina, dipinto il proprio Grande Masturbatore, ha fatto cioè quello che ogni grande artista ha saputo realizzare nell’apogeo della propria carriera, è riuscito nell’impresa di fondere nello stesso crogiolo, tutti gli elementi peculiari che contraddistinguevano ogni passato lavoro, sintetizzandoli in un’opera unica. Tutto ciò sta a testimoniare l’ottimo stato di salute di cui gode la musica sotterranea nel nostro paese, quasi sempre (auto)produzioni ottenute con budget risicati, messe insieme con la fatica e l’amore dell’artigiano. Ed a proposito di ciò, fieramente e coerentemente in linea con il proprio credo, Humpty Dumpty ha reso anche quest’ultima fatica liberamente scaricabile dal proprio Bandcamp o direttamente da queste pagine. Siete ancora lì?

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