20/10/2015

Una lettera non spedita è una conversazione interrotta. Oppure mai nata. È un’occasione persa o un modo per nascondersi da qualche parte all’interno di noi stessi. Per Carmine Torchia, invece, rappresenta l’occasione per aprirsi al mondo e disegnarne un altro, più personale, ma anche maggiormente dilatato. “Affetti con note a margine” nasce proprio dall’esigenza di rendere nota una serie di lettere scritte a destinatari diversi e mai spedite.

Una metafora adoperata allo scopo di disegnare quattordici episodi intensi, carichi di vita, di rimandi legati in buona parte alla disgregazione della società occidentale e alle disillusioni create dal nuovo caos cosmico. Torchia non propone vie di fuga, se non in qualche sporadico caso (“passateci musica buona che la pioggia sui tetti delle auto risuona come sberle metalliche”), accontentandosi di adagiarsi su dolci utopie (“L’umanità”) o di cantare le gesta degli eroi dei nostri tempi (“L’epoca d’oro” è dedicata a mamma e papà).

Le storie del disco numero tre del cantautore calabrese sono colmate da un’architettura sonora figlia di un rock d’autore contaminato da fiammate elettroniche, ballate acustiche, ninne nanne fatte in casa (cantate in lingua autoctona, insomma), piacevoli incursioni di archi. Si sente il Franco Battiato di fine anni ’70 ma anche quello arrivato due decenni dopo, il Robert Wyatt più rilassato, il Max Gazzè più introspettivo. C’è anche un filino di prog a definire un quadro policromo, esaltato da arrangiamenti superbi, a volte complessi, comunque sia lavorati col cesello, e impreziositi da una voce evocativa e al tempo stesso persuasiva. Che non ci pensa due volte a omaggiare un maestro del calibro di Leo Ferrè, ricordato con la bellissima cover di un classico come “Il tuo stile”.

“Affetti con note a margine” è un album che chiede solo di essere ascoltato. Ripetutamente, se possibile, così da cogliere le tante sfumature emotive, per poi alimentarsi con la profondità dei suoi dettagli.  

 

 

 

 

 

 

 

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