28/09/2015

Ritrovare la solita famigerata rima sai-mai sin dall’attacco dell’iniziale “Cannibale” fa venire un po’ i brividi. Ma i Verdena parlano questa lingua, hanno codici rigidi di scrittura e le discussioni sui loro testi sono ormai oziose. C’è da dire che l’espediente, utilizzato in molte canzoni, contribuisce a incastrare i versi in una sorta di loop ipnotico che, è innegabile, regala ritmo e musicalità alle parole. Diciamo allora che si finisce per ascoltare i Verdena un po’ come nel 1991 si ascoltavano i Nirvana (fatte le debite proporzioni e bla bla bla): nessuno all’epoca aveva capito nulla di “Smells Like Teen Spirit” - vedi la divertente trollata di Weird Al” Yankovic - eppure oggi è tutto così chiaro. Ecco, i Verdena si avvicinano a quell’approccio lì, nel quale si ragiona più per sensazioni che per concetti lineari. Poi va be', vieni a sapere che in qualche caso si parla di seghe e non capisci se la verità susciti in te delusione o immedesimazione, ennesima prova del fatto che i Verdena sono un gruppo che tutti pensano di conoscere ma che è davvero impossibile etichettare.

Musicalmente “Endkadenz” sta a “Wow” come “Hail to the Thief” dei Radiohead sta al duplex “Kid A/Amnesiac”. Non è un passo avanti e nemmeno indietro. È semmai un passo in direzione di qualcosa che ancora deve essere pienamente espresso ma che già adesso lascia incuriositi e anche affascinati. A chi ha amato la botta e le distorsioni grosse di “Requiem” il secondo volume di “Endkadenz” non offre molti appigli. I Verdena modello black album non ci sono quasi più. C’è invece un gruppo che si diverte a inserire i brani in strutture fluide e scivolose. È una psichedelia figlia per certi versi del lavoro più che ventennale di decostruzione dei Motorpsycho, vecchia influenza dei Verdena: in questo caso però le similitudini tra le due band si limitano al comune approccio compositivo libero e imprevedibile piuttosto che a un suono di stretta e diretta derivazione.

Perché i Verdena alla fine fanno sempre i Verdena. Cioè fanno quello che vogliono. La già citata "Cannibale", per esempio, ha l’incedere pesante e la melodia sottile. Sembra che sia stata pensata in acustico e poi trascinata a forza in un ambiente stoner compatto e solido, con una grancassa che spinge, una chitarra che affetta e un basso che amalgama. Bello. "Dymo" si fa condurre da un pianoforte che sale e scende seguendo le increspature della voce: potrebbero essere i Dresden Dolls persi nella nebbia a cantare Battisti. "Troppe scuse" è (assieme a "Waltz del bounty") quella che ha una sensibilità più vicina ai canoni di "Wow": un rock con aperture melodiche importanti ma ben lontane da qualcosa che possa rientrare in certi standard di ascolto liscio (come invece la piacevole "Un po' esageri", singolone del volume uno).

Che cosa resta dunque di questa seconda parte di "Endkadenz"? Resta una band che ha una visione precisa della propria arte: un continuo ripartire da capo ma sempre un paio di metri più in là rispetto al precedente punto zero. È un album che cerca la via più difficile - psych a briglie sciolte - e a volte questo può causare qualche calo di tensione, come nell'intermezzo "Natale con Ozzy". Però la produzione e la complessità degli arrangiamenti non possono lasciare indifferenti. E allora sì, i Verdena hanno portato di nuovo qualità e quantità.

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La recensione Verdena - Recensione - Endkadenz vol.2 di Manfredi Lamartina è apparsa su Rockit.it il 16/07/2019

Commenti (1)

  • Alainpsy 06/10/2015 ore 10:39 @Alainpsy

    Perché questa recensione è equilibrata e gentile pur nei confronti di vekki arnesi forse un po' stanchi, comunque musicalmente desueti, come i Verdena? Perché lo stesso equilibrio non è stato usato nei confronti di autentici miti dell'underground come ad esempio i Garage 29?

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