29/12/2015

Una piccola pietra preziosa in mezzo ai ciottoli di un vicolo senza uscita non sembra valga più di tanto. Sarà per via della sua luminescenza opaca, per nulla visibile tra i sassi impolverati sotto ai piedi, che non se ne riconosce la bellezza. Eppure il passo lento di chi presta attenzione a dove cammina aiuta lo sguardo a cogliere sfumature impercettibili. Questo per dire che un disco inciso in una rocca solitaria, scava nella roccia un suono nudo che al primo ascolto non cattura, perdendosi in un esercizio di stile dai riferimenti più ovvi al vecchio cantautorato italiano. Quasi un voluto passaggio di testimone che da De Andrè, Branduardi arriva sin qui depositando un po’ di melò esistenzialista. Tuttavia quando l’ascolto si ripete e, con attenzione si seguono le parole di testi che lasciano cornici di paesaggi scarni e invernali, si coglie il talento compositivo di un artista dal gusto decadente in versione acustica. Ed è poesia.

In "Fisterra" una melodia dolce ci avvolge dentro una ninna nanna senza parole, profonda ed elegante, tenera e malinconica; poi all’improvviso, tra il buio di muri silenziosi e addormentati, "La grandinata" scioglie come neve il nostro torpore: l’inverno arriva insieme al nostro scontento. Le cose perse si ammucchiano e si scogliono lungo la strada. Ritorna la notte, le cose perdute si ghiacciano. Tra i solai si affaccia il dolore. È "Dicembre" e le luci piovono finte nel centro della città sorprendendo gente che scalpita ma non sa dove vuole arrivare. Si fugge lontano da un sogno con il desiderio di un abbraccio caldo. L’oracolo non dà risposte e le battaglie che si vincono, spesso non servono a niente. Allora "I diavoli" arrivano a gelare sui nostri rottami dove passano gli umili e dove i pazzi vengono lasciati soli. L’acqua non bagna la terra che gela. Vengono in pace graffiando il soffitto di una infelice città. "Tunguska" è il grido di questa desolazione: quando i debiti sono a carico degli insolventi, le imprese si infrangono, la terra rimane infeconda. Tutto è disastro e la pioggia batte incessante, silente. La vita è un petardo inesploso a tre metri dal suolo. La fine del mondo va a rate mancate. L’unico conforto resta il dolce ricordo di un erotico e innocente pensiero giovanile grazie a "Il corpo di Pamela", quando il sesso era un’idea a rischiarare le notti senza amore ma voraci di assaggiare quella mela che nessuno proibiva. Improvvisamente però tornano a tormentare l’anima gli "Scansadiavoli" per ingrigire i giorni e alimentare un amore torbido dal volto ladro e assassino.
Il pregio del disco sta nella delicatezza del canto, nell’eleganza degli arrangiamenti e nella scelta delle parole giuste al momento giusto. Forse troppo cupo e grigio, abbatte e disincanta in una sola rappresentazione dei sentimenti più mesti. Ma la vita è anche altro, no? Anche se si impara a gioire attraverso il dolore.

 

Commenti (1)

  • roccorosignoli 29/12/2015 ore 23:10 @roccorosignoli

    Grazie mille Libera, una recensione attenta e molto accurata!

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