02/12/2015

Gli Elektrojezus, dal pianeta Oregon Odisseo, giungono fino a noi per analizzare l’umanità attraverso il ballo, stimolando i passi con un rock elettronico che oscilla tra la leggerezza di un synth e l’intenzione rabbiosa della chitarra. Il risultato non è qualcosa di omogeneo, bensì un acquerello di sfumature che abbraccia sensazioni dance, electropop, come pure soluzioni melodiche un po’ nostalgiche, soprattutto nei pezzi più ‘suonati’. Infatti il duo tira fuori la parte migliore quando è la materia sintetica a essere protagonista, quando scivola sugli effetti e spinge forte verso il dancefloor: convincono meno i costrutti sonori di “Alpha” o “Walk in Time”, dove la ricerca del giusto equilibrio tra le parti crea qualcosa di poco definito e dimenticabile.

Le canzoni davvero spaziali, con refrain da videogioco e scintillii argentei, che sono poi quelle che costituiscono un ideale lato B dell’album, funzionano meglio e lasciano traccia di sé: gli strumenti vengono dosati in modo migliore, riempiendo soltanto gli spazi vuoti, ed è questo il mood cui dovrebbero continuare a ispirarsi. “Welcome to Oregon” e “I’m not Coming Back!” si piazzano certamente in cima ai brani più riusciti, insieme alle due sezioni del finale (la seconda molto bella) che racchiudono l’anima più scura e sperimentale del disco: per me, quella è la strada da seguire.

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