18/12/2015

A star chiusi nelle grandi città si dimentica la bellezza della semplicità; si dimentica la bellezza dell’atmosfera dei piccoli paesi nei giorni di festa, la loro poesia nei giorni normali in cui per i vicoli c’è poca gente, e sempre la stessa; si dimentica la possibilità di uscire a piedi senza borsa, senza telefoni, soli con se stessi, e camminare, camminare per ore, assaporare la natura, immergercisi fino in fondo, sentire la brezza che accarezza la pelle del viso e che smuove i capelli, che agita le foglie degli alberi o l’erba dei prati, le spighe di grano o gli steli dei fiori.
L’Orchestrina è quel vento tiepido e leggero che viene dai piccoli borghi e dalla natura. È quel vento che solo a sentirne l’odore ci si ritrova in un attimo lontano dalla città e dalla sua frenesia. È il vento che porta a sagre di paese dai ritmi più folk; è il contrabbasso, la filarmonica, il piano e il violino; la tromba dello swing e la voce da cantautore o cantautrice; è una scrittura e uno stile sempre diversi. Sempre in acustico, con la voce quasi in lo-fi e vaghi passaggi pop (come “Artemidance” e il suo ritornello).

L’Orchestrina non ha direttore d’orchestra, perché ogni elemento è contemporaneamente autore, arrangiatore e musicista e cerca di comprendere i bisogni dell’altro traducendoli nel proprio linguaggio, che poi va magicamente a incastrarsi con quello degli altri. Così i testi, scritti da autori diversi, non tradiscono mai superficialità, né banalità. È un gran bel merito e dimostra un grande affiatamento tra tutti gli elementi, che si combinano perfettamente senza che ci siano mai buchi tra l’uno e l’altro, anche se cambiano sempre stile: è come avere sei pezzi con cui riuscire a costruire sempre cose differenti.

Allora “Lalalalala” è ritmo lento, acustico e cadenzato da chitarra e contrabbasso, a cui poi si aggiunge la fisarmonica per dare quel senso di folk; mentre la successiva “Non pensare”, dove la voce diventa femminile (ed è quella di Natalìa Puglia), all’inizio sembra più un brano di Levante, per poi tornare sulla propria strada, evocando atmosfere da ballo di festa. “Mia sirena” è una canzone d’amore che parla del mare, della sua magia e del suo essere sublime; “Bbbblu” torna al femminile ed è un ballo lento, intimo e intenso, il contatto leggero tra corpi che si sfiorano e poi il contatto più profondo di prendersi per mano ed andare via lontano, insieme.

Ogni brano meriterebbe una menzione a parte, ma ciò che è importante è che in ognuno c’è tanto spazio per la musica e i passaggi strumentali, che comunque non tolgono importanza alla voce e a testi a cui bisogna fare attenzione. È tutto in equilibrio, tutto al proprio posto, tutto attentamente curato e studiato in modo da essere quasi perfetto. Gliene va dato il giusto merito. Ed è un bel disco, di quell’ingenua dolcezza ormai rara.

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