26/05/2016

Vera di Lecce ha ben poco d’italiano, se non le origini pugliesi. “29 seconds”, il suo ultimo lavoro, è cantato in inglese, le scelte musicali strizzano l’occhio al blues e all’elettronica nordeuropea, i brani a tratti ricordano Björk (anche se, certo, la voce non è la stessa). Il bello è che accanto a questo si sentono influenze etniche e popolari, perché ognuno, in qualunque parte del mondo vada a finire, le proprie origini un po’ se le porta sempre dietro.

È così che la traccia omonima d’apertura, “29 seconds”, sembra fatta di tre brani distinti, tre strade diverse che s’intrecciano e s’incrociano continuamente: una etnica, una puramente elettronica, e l’altra quasi psichedelica. Dalla combinazione di tre elementi apparentemente così diversi nasce un brano di circa 4 minuti che è uno dei migliori del disco.
“Lies and Wine” è invece più cantautorale, anche se sempre accompagnata da un loop in sottofondo che gira intorno alla chitarra e avvolge la voce.
“Love” è sospesa e indecisa, perché dipinge l’amore tra dubbi, certezze, inquietudini e inseguimenti, tra le voci che si sovrappongono e i suoni, rari, ripetuti, ma profondi.

Vera di Lecce ha poco in comune col panorama musicale italiano. Guarda all’estero e non lo nega, pur non rinnegando le sue origini, che restano quasi sempre sopite, ma ogni tanto riemergono in ritmi etnici o popolari, in un’attitudine cantautorale o nel recitato di “The dream” (su una poesia di John Donne). Il punto di forza di “29 seconds” è la sua originalità, la sua capacità di staccarsi dal già ascoltato, dal già conosciuto; il suo difetto, forse, sta nell’essere troppo pieno: il mélange di generi, l’oscillazione continua tra esperienze diverse e l’originalità stessa a volte lasciano perplessi, almeno a un primo ascolto. Ci vuole un po’ di tempo per assorbirlo, ma in questo si può sempre migliorare.

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