15/04/2004 di Domenico Mungo

Un giorno John Zorn in vena di lapidarie e didascaliche confidenze, tratteggiò un’eloquente definizione per quello che tre ragazzotti romani si sforzavano di produrre attraverso l’intersezione di batteria, basso e sax tenore. Il mammasantissima della no wave newyorkese e abitatore della città nuda affermò, più o meno –se la memoria non ci inganna: “Gli Zu hanno creato una potente ed espressiva forma musicale che sbaraglia la maggior parte del sound delle bands contemporanee”. Ipse dixit.

Da allora in avanti il terzetto capitolino non si è mai fermato un istante. Viaggiano in lungo e in largo il globo terracqueo, passando con la nonchalanche degli immensi da gig negli squat più estremi e senzaddio alle ieratiche volte del Teatro Nazionale di San Pietroburgo, dove rappresentano l’Italia al Festival Internazionale di musica jazz e orchestrale. Suonano a Tokyo e New York e dopo un mese li trovi in provincia di Padova. Duettano con il trio Hip Hop Dalek e se la intendono con sua maestà Mike Patton. Cinguettano al cospetto di Jim O’Rourke e implodono sopra i Gastr Del Sol come se nulla fosse.

Un mattino squilla il telefono e da Washington Dc, fate conto la sede della Dischord, Guy Picciotto (si, proprio quello dei Fugazi) chiede a Massimo se vuole andare a strimpellare quattro corde in giro per il mondo insieme a lui e Terrie Ex e una mezza altra dozzina di supereroi del noise e del jazzcore internazionale con un progetto chiamato International Silence. Mentre Luca se la suona un poco di sax con i Karate.

Salgo fino in Alta Savoia, ad Annency, per vederli mettere in fila i The Ex in un auditorium miniaturizzato del Bouburg di Parigi e poi li ritrovo ad Hiroshima, Torino, insieme ai Girls Vs Boys. Apro il giornale e scopro che i No Means No li vogliono con sé nel tour europeo. Parli con Steve Albini e ti dice che ci ha messo mani e neuroni dietro le manopole di “Igneo”. Fanno il primo album, “Bromo”, nel 1999 in quartetto con Roy Paci. Ascolti “Zu Side e Igneo” e ti rendi conto che sono sublimi fino a quando non ti arriva “Live in Helsinki” che ne documenta ad imperitura memoria l’assolutezza della loro dimensione dal vivo. Ci mangio assieme un pacco di volte nei luoghi più improbabili, dalla mensa del Tora! Tora! a Nizza Monferrato o li invito al MEI per raccontare a tutti come si diventa degli immortali della musica indie mondiale e ti lasciano stranito per l’umanità e la simpatia epidermica con cui trattano chiunque. Con quella sottile strafottenza romanesca che fa dei loro ipertecnici set live un continuo narrare senza parole, un intrecciarsi di suggestioni e alchimie geometriche derivative e ispiratrici degli stati dell’inconscio imbevute di ironia.

E allora ecco che se devo raccontare di “Zu And the Spaceways Inc” sono sicuramente di parte. Ma tant’è, e vi dico che: prodotto da Bob Weston (Shellac) presso il Semaphore Studio di Chicago, “Radiale” è la summa degli esplosivi contest live fra il terzetto capitolino e il trio del poliedrico Ken Vandermark al sax, Hamid Drake alle pelli e Nate Mc Bride al basso appunto detti Spaceways Inc. Un lavoro dove si fonde l’essenziale minimalismo ipercinetico di batteria-basso e sassofono con suggestioni space, nowave e postpunk insieme. Un disco esperimento che prevede la condivisione in due sezioni radiali: la prima parte intitolata “ZU Quartet” dove il trio si completa della personalità di Vandermark e sforna quattro tracce claustrofobiche e siderali assieme, in cui spicca “Canicola”, torrida e asfissiante e “Tanathocracy” similare ad una soundtrack di un funerale nel sud Italia più profondo, composta da Ennio Morricone . Un suono saturo, che spazia dal dub, al funk, al jazz: in pratica Sun Ra e i Funkadelic di George Clinton destrutturati e riletti. Fantastico il compatto drumming afro di Drake che doppia Jacopo, ingobbito e hardcore, nel suono congiunto dei due terzetti nella seconda parte del cd, dove “Trash a go-go” di Clinton e “We Travel The Spaceways/Space is The Place” dei Sun Ra risuonano di due batterie, due bassi e due sax.

Unicamente Zu, etimologicamente chiuso in tedesco, vita in giapponese e fretta in francese: cosa c’è di più trasversale di questo? Nel nome il destino. Nella loro musica l’immortalità.

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