02/05/2004 di Christian Amadeo

Allacciare le cinture, il viaggio riprende. E sistemare bene le cuffie, perché durante il tragitto si viene accompagnati da un suono che rende il trascorrere del tempo piacevolmente ininfluente. Come quei viaggi incantevoli che non vorresti finissero mai, quasi più emozionanti della meta stessa.

I Motel Connection ripartono da dove avevano interrotto il tragitto (ma con loro non si può mai parlare di stop, bensì di semplici pause, quelle necessarie per riposarsi e rifocillarsi per poi riprendere il cammino). Partiti con “Santa Maradona”, il pretesto per musicare le immagini dell’omonimo film di Marco Ponti, avevano rivisto quelle composizioni, rendendole un anno dopo più lineari ed omogenee in “Give a good reason to wake up” (di fatto il primo ‘vero’ album). Seguì un tour ed ora arriva questo lavoro, che va ad accompagnare nuovamente una pellicola cinematografica sempre dello stesso regista. Senza soste, il risultato dell’iper-lavoro dei suoi autori è ammirevole: mentre Samuel continuava a girare sia con il suo gruppo principale che assieme al compagno dj Pisti, il trio (il terzo elemento è Pierfunk, ex mattatore al basso degli stessi Subsonica) componeva le undici nuove tracce. Questa volta il film - che, tra l’altro, vede tra gli attori anche musicisti quali Luca Morino, Mao e Vito Miccolis - è “A/R Andata + Ritorno”, e i brani che compongono la colonna sonora sono più vari rispetto alla precedente raccolta, soprattutto grazie alla partecipazione al viaggio di molteplici amici.

C’è l’hard-funk dagli espliciti ed inevitabili richiami ai Red Hot Chili Peppers di “Maxwork” (a cui hanno dato incisivo contributo Nitto e Tozzo dei Linea 77), ma c’è anche Boosta a dirigere il suo moog in “Boosta at the echoes”, Roberta Sammarelli dei Verdena dietro il basso di “Queen of sugar”, la dolce nenia d’apertura per la quale si è accomodato dietro la batteria un altro amico qual è Ninja. In “A/R” non manca neppure la house pura (“Dreamer”, “Three”, “Hit and run”) piuttosto che quella macchiata di colore ‘daftpunkiano’ (“Preprodooction”); rimanendo poi in tema di citazioni, “Reach out” rimanda agli Underworld, tra cavalcate elettroniche ed una voce che in diverse occasioni sfora nel raggamuffin (ed infatti la canzone evolve direttamente in “Reach out roots” in chiave reggae). Farà discutere, nel bene o nel male, la versione di “The power of love”, dei Frankie Goes to Hollywood; quella che è infatti una delle più belle canzoni d’amore pop, viene stravolta dalla voce di Samuel e dall’apporto di Manuel Agnelli. La versione qui proposta appare abbastanza discutibile nell’apporto del secondo, con accordi di chitarra che sembrano del tutto improvvisati ed una seconda voce che sporca la pulizia e la bellezza del modo di impostare l’ugola di Samuel. L’impressione é quindi di una cover improvvisata in sala prove... o forse era questo il risultato a cui si aspirava?

Lo stile dei Motel Connection è ormai chiaro: coniugare la musica della club culture con il rock - per rock intendiamo in questo caso tutti i generi ‘affini’, compresi reggae, psichedelia e funk. Il bello di questa band, infatti, è proprio questo: il saper abbattere quelle barriere che fino a qualche hanno fa sembravano essere insuperabili, sottolineando questo aspetto fino a farne uno stemma distintivo. Da segnalare anche a parte il contributo di Agnelli e Sammarelli, tutto il resto del cd è ‘made in Torino’ al 100% (compreso il fondamentale ruolo di coautore dei testi di Enrico Remmert, già presente nei precedenti lavori).

E da Torino arrivano, con grande sorpresa, anche tutti gli autori delle 19 tracce che compongono il secondo cd incluso nella confezione. Scrivo con grande sorpresa, nel senso che nessuno si è degnato, nelle note esterne di copertina, di indicarne il contenuto. Sicché abbiamo modo di scoprire la musica del secondo dischetto soltanto leggendo il libretto interno del cd. A parte questa critica, va comunque apprezzato il fatto di aver inserito, sfruttando la scia dei Motel Connection, una manciata di realtà emergenti o meno del panorama torinese. Avrete perciò modo di trovare la ‘poesia psichedelica’ dei Perturbazione, le allucinazioni retrò dei Wah Companion, gli arpeggi chitarristici da incanto dei Gatto Ciliegia, il crossover dei Sur e le aperture melodiche degli Architorti. Tutte formazioni più o meno note in ambito nazionale, qui a rappresentare il lato più intrigante della scena torinese. Tra le cose positive, ma ancora sconosciute, di questa compilation, aggiungo l’hard-funk dei Faccia di Cane e il sole maghrebino nella nebbia torinese di Rachid (già con Casacci e soci in una traccia di “Amorematico”). Da seguire il minimalismo di Cletus e l’elettro-pop semplice ma piacevole dei Moivo. Ispira anche simpatia il punkabbestia dei D’n’D, anche se la tecnica è quella che è (e così deve essere, visto il genere…).

Ma non tutto appare positivo, sotto la Mole: il progetto U-matic di Mao e i Verlaine vagano alla ricerca di una propria identità, come anche i Margaret, troppo presi dal vortice sonoro dei Marlene Kuntz, mentre Nathalie Tanner e Daybyday splendono per la loro raffinatezza ma tengono lontane le emozioni. I Blaugrana, poi, sembrano ancora confusi, e, infine i The Art of Zapping, un gruppo con un certo spessore che ci sembra però oscurato nel brano “Bravenewstar”, dove l’ombra di Lou Reed é fin troppo evidente al punto che un conto é il potersi liberamente ispirare, ma non si può pretendere di fotocopiarlo…

Commenti (1)

  • lacipu 15/01/2009 ore 17:58 @lacipu

    il primo è stupendo.
    il secondo credo sia una delle compilation più riuscite di tutti i tempi. riesci a vedere torino se l'ascolti a occhi chiusi.

Aggiungi un commento:


ACCEDI CON:
facebook - oppure - fai login - oppure - registrati