20/05/2004 di Simone Stopponi

Finalmente fuori per la piccola, ma promettente label Ebta records, il disco d'esordio di una delle band umbre più attive e influenti del momento, gli orvietani The H.E.Mo.

I cinque componenti (al quartetto chitarristico standard aggiungono le percussioni), propongono un crossover ad ampio spettro, tra noise e post-rock, molto potente e raffinato, oltre che cantato in inglese. La prima cosa che colpisce all'ascolto è la notevole qualità del suono: spesso, profondo, reale, risultato della buona tecnica del gruppo (con un'ineccepibile sezione ritmica che mastica tanto il jazz quanto il funky) e di mani buone sul banco mixer.

Le tracce in dettaglio: “Get back” apre come un ideale tributo ai Nirvana di “Bleach”, dove ritmiche tribali anticipano una fragorosa potenza nelle aperture. Su “Strip cartoon story” fanno capolino inserti acustici e viene dato maggiore spazio alle percussioni e alla chitarra slide. “Radio stretch” è un’alchimia in 7/8, uno tra i brani migliori, dove si apprezza di più la ricerca melodica del gruppo (un commento radiofonico, estrapolato da una trasmissione culturale della Rai, sembra lì apposta). “Bloody butterfly”, così come “Dogs”, sono pezzi più rock, quasi garage, sempre però con lo stesso incedere saltellante tra suoni distorti e pulitissimi - caratteristica questa veramente peculiare del gruppo, che passa tra start e stop con elegante disinvoltura.

“Happines is a fast reaction” inizia quasi fosse una ballata elettrica; poi sale la tensione e lineee ariose di chitarra si innestano su ritmiche serrate di batteria e percussioni. “Mr. Clive” è fatta invece per voi nostalgici dei riffoni storti alla Primus - o De Glaen, se preferite - di cui i The H.E.Mo. raccolgono campanilisticamente l’eredità.

C’è poi spazio per “Monk/Eyes & pilgrims”, strumentale che fa fede al gioco di parole del titolo, dove Max alla batteria trascina gli altri spaziando tra para-jazz e rumorismo, e “Hey…this is beautiful”, apologo sulla violenza con incursioni psichedeliche west-coast. La traccia successiva, “Shine”, è la perla del disco; qui il dilatato crescendo è affidato al basso e alla chitarra-tremolo, cosa davvero poco comune.

“Animalogic” è un lungo brano tra l’art-rock e certe suggestioni anni ’80, dove l’ambientazione armonica è davvero piacevole e rilassata; quando però il pezzo, come da copione, cambia registro, diventa lampante forse l’unico limite compositivo del gruppo; ovvero che ricalca troppo spesso la stessa struttura: progressione/apertura pesante/variazione.

“Like a trash driver” chiude aliena il bradipo erotico e Manu fa una comparsata al microfono e questo rarefatto, minimale spleen, prende un verso alla P.J. Harvey che sdrammatizza la forse eccessiva cupezza del testo.

Il cantato di Kitch (che qualche bene-informato ricorderà come chitarrista de Il Pianto di Rachel cattiva) risulta essere una delle particolarità vincenti del gruppo: sfiatato, sofferto, onomatopeico e potente anche quando non è filtrato; meno incisivo, forse, sui testi in inglese, sui quali preferisco non azzardare interpretazioni (ma li troverete sul sito ufficiale della band).

In definitiva una commistione di ritmo e suono che colpisce duro alla pancia. Riff da canticchiare sotto la doccia al posto delle parole, pessimismo e riscatto, testa che fa su e giù.

A tutti gli effetti un disco italiano del 2004 da avere. Punto.

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