Samaveda Telecinèsi 2002 - Rock

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Un blocco mi piglia al cospetto del cd dei friulani Samaveda, tant’è che lo lascio lì a macerare un mesetto prima di scriverne, ché cerco di farlo a mente sgombra dai pregiudizi che lo avevano circondato ai primi ascolti.

Notevole lo sforzo del quintetto in termini di (auto)produzione (grande cura del suono, pulizia e hi-fi) ma anche del book tutto a colori e delle foto. Un concept, insomma, sul “pensiero dell’uomo con le sue sfaccettature”, come riferiscono.

La musica che accompagna è rock italiano, di quello che rimastica un po’ tutto insomma, ma comunque con un imprinting alquanto originale; quello che francamente mi ha spiazzato è, invece, il tanto sbandierato lavoro sui testi che, dalle recensioni e articoli allegati, credevo la vera forza espressiva del gruppo.

Li ascolto, leggo e rileggo i testi, e di originalità ne trovo poca; è certo vero che i temi affrontati sono ingombranti: la diversità tra culture lontane che si affrontano nel terzo millennio, le lotte interessate che ne scaturiscono, il caos del singolo al cospetto dell’universale, la mancanza di possibilità di riscatto del terzo mondo, il disagio dei giovani, il difetto congenito dell’uomo che non ricorda gli orrori e insegnamenti della storia. Vi basta?

L’approccio mi pare a tratti un po’ adolescenziale, se non disilluso quantomeno retorico, tante parole, immagini, ma anche dispersione dei messaggi: sembra che i nostri si facciano carico jovanottianamente e maledettamente di tutti questi mali della società, e alla fine viene da domandarsi quanto tali riflessioni siano proprie e sentite - cioè, davvero non vi capita di pensare ad altro nelle vostre giornate?!

Venendo ai dettagli, la mole del lavoro è grande anche in termini di durata: dieci canzoni arricchite qua e là da felici introduzioni strumentali e una cover che…lo dico dopo.

“Sospeso” e “Kaos” gettano l’amo: bella ricerca ritmica e armonica, linee melodiche appena risentite (mai quanto come su “31000”: il tex-mex italiano dei Litfiba è ancora così attuale!), più anglosassone il fraseggio chitarristico di “Realtà distanti”, timoriana “Nera signora” (ancora nel 2003 ‘sto termine non me l’aspettavo), scheggia nu-metal “Le torri di Babele”, dedicata alle torri gemelle. Importante, ma relegata quasi in chiusura, “M.R.”, uno dei pezzi migliori.

La cover in questione, con il suo consenso (!) è del maestro Franco Battiato; si tratta di “Centro di gravità permanente” (addirittura!), che attendo con reverenziale timore per scoprire che poi non esce neanche così malconcia dopo il trattamento rispettosamente rock della band - anzi è questo il brano in cui la voce di Gian appare più distesa e personale. Chiude infine la straniante “I wake up”, con campioni e base di piano di Mozart sotto una voce recitante in inglese (bell’esperimento su cui insisterei a fidarmi del vostro collaboratore Nico, come su “Fenomeni pk” in cui la fa da padrone il piano di Sir Alessandro).

“Telecinèsi” è in definitiva un disco ambizioso, ingombrante, la classica ‘opera prima’ di chi arriva a stampare dopo tanti live ed esperienze. Auguro quindi ai ragazzi di Udine di avere la fatidica seconda possibilità e magari di non sprecarla, indirizzando al meglio le loro straripanti energie.

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La recensione Telecinèsi di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2004-05-16 00:00:00

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