12/02/2016

Cosa hanno in comune un’osteria della Val Padana, un pub della periferia irlandese ed il porto di Boston, Massachussetts? Tanto, tantissimo: la nebbia of course, il lavoro duro che ha temprato la scorza e indurito gli sguardi degli uomini che vivono quei luoghi, le loro guance rosse di alcool, vino o birra che sia, il calore che scorre nel sangue, la coesione comunitaria ed una tradizione popolare che ha le stesse ancestrali radici.
I Kitchen Implosion fondono nel loro stile i suoni, i volti, le pinte e la rabbia di quei luoghi con naturalezza e semplicità: “Selfish” si fa apprezzare per la freschezza e –direi quasi- l’umanità che trasmette, derivante da anni di passione e ricerca nel campo del folk nordico (padano, occitano e irlandese) da parte dei suoi membri.
Pur non spiccando né musicalmente né tematicamente per originalità, dato che l’Irlanda, la Bretagna, il Nuovo Mondo, le cornamuse, i whistle, il commento sociale sospeso tra protesta ed ironia, le marcette ed il punk sono già stati sintetizzati –ed a livelli eccelsi- dai primordiali Pogues fino agli attuali Flogging Molly e Dropkick Murphys (per citare solo alcuni dei nomi più celebri), questo lavoro introduce due elementi peculiari, probabilmente inediti nel genere: sia l’uso del dialetto cuneese e la reinterpretazione, accanto a pezzi originali, di alcuni canti della tradizione regionale piemontese, sia quello della batteria elettronica ed, in alcuni brani, del synth che traghetta il sound verso i territori più duri e scuri del post-punk.
Per i cultori di questi lidi musicali una chicca, una band che, con competenza e rispetto del repertorio proposto, si diverte ed apporta nuovo appeal ad un retaggio culturale, il dialetto locale delle colline cuneesi in questo caso, che sarebbe un peccato scomparisse.

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