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RECENSIONE
21/08/2004 di Jack Nessuno

A formare questo progetto dal nome quanto meno insolito, sono tre compositori italiani assurti alla ribalta nei circuiti dell’elettronica di ricerca per le ottime prove soliste da loro pubblicate lo scorso anno. Stefano Pilia, autore di "Healing memories in present tension" (Last Visibile Dog), Claudio Rocchetti, messosi in evidenza con "The work called Kitano" (Bar la Muerte) e Valerio Tricoli, la mente dietro "Did I? Did They?" (Bowindo) dimostrano nelle sette tracce di questo cd come anche in musica l’unione possa fare la forza, sovrapponendo le loro istanze particolari in modo del tutto integrato e compatibile. La fusione dei droni minimali in lenta evoluzione di Pilia, con i collage espressionisti di Rocchetti e le composizioni elettroacustiche di Tricoli genera una sorta di sinfonia elettronica in grado di gettare uno sguardo a tutto tondo sulle tendenze più recenti in ambito elettronico (e rock).

"Getsemany Fields", il primo brano, inizia con scariche di glitch che lasciano il posto a inquietanti sibili spettrali e a un finale serenamente disteso che introduce il brano successivo. “The Soul of their suits” è l’episodio più accessibile del disco, ma anche quello più sapientemente elaborato, nel quale entrano in gioco anche strumenti tradizionali, come un placido arpeggio acustico o un harmonium che si distende in un flusso sonoro in lenta modulazione. Questo strumento ritorna (forse) anche in “My smallest ego”, il pezzo che preferisco, un esperimento sulle trame sonore, un drone organico e monolitico che, per quanto mutuato dalla psichedelia shoegazing, se ascoltato a volume sostenuto, riesce ad elevarsi a una maestosità quasi wagneriana.

“Standing position” e “Bedrock” sono le composizioni che più di tutte si fondano sulla manipolazione di suoni concreti. Il secondo, soprattutto, con i suoi undici minuti di atmosfere ambientali, echi cosmici, scariche elettriche e vetri calpestati dimostra come sia possibile creare da fonti ostiche e devianti una forma musicale accessibile e articolata che coinvolga emotivamente l’ascoltatore. In questo mare di rumori molesti non identificati è proprio un intervallo di convenzionale folk-acustico il vero “ribelle”, fuori posto e disadattato, per quanto nella realtà dei fatti risulti perfettamente inserito nel suo “sistema” musicale.

In generale, a impressionare è la capacità degli autori di produrre materiali apparentemente imprevedibili, ma che dimostrano, ad un ascolto approfondito, un’attenta e calibrata costruzione. Ad essere determinanti per il valore di questo cd sono un approccio emotivo ai microsuoni e, ovviamente, una spiccata sensibilità nella loro sovrapposizione, a dimostrazione del fatto che possono cambiare gli stili e gli strumenti, ma ciò che fa la differenza tra buona e cattiva musica è sempre lo stesso.

Tracklist

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