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RECENSIONE
05/04/2016

Anche se l’artwork di copertina in bianco e nero trae un attimo in inganno, con la sua apparente anonimia, l’album del gruppo campano rivela invece una personalità e una impronta sonora tutt’altro che irrilevante.

Alla base del progetto c’è sicuramente la spazialità cosmica, vale a dire quella (mal)sana abitudine di dilatare ritmi, sovraincidendo motivi di chitarra riverberati all’inverosimile e costringendo chi ascolta a restare presente a se stesso, vista la propensione al trip mentale degli arrangiamenti.

Ma nonostante i richiami psichedelici evidenti, alcuni dei quali di floydiana memoria (in tal senso le voci finali di “Darlene’s Donut” ricordano molto il collage di rumori e voci inseriti in gran parte della discografia dei Pink Floyd), la durata dei pezzi smentisce le ipotesi di chi si immagina viaggi mentali della durata di oltre sette minuti.

L’unico pezzo che davvero rispecchia tali caratteristiche è la microsuite “The Wild Truth”, che col suo ritmo dinoccolato e a tratti angosciante ricorda molto gli scenari descritti in "Apocalypse Now" di Coppola.

Nel complesso quindi, accertata la chiara matrice psichedelica, si può apprezzare quest’album non solo per la complessità degli arrangiamenti, ma anche per l’inserimento di motivi post-rock (ad esempio in “Get Wet”, uno dei pochi brani cantati) che danno quel tocco di vivacità a un progetto troppo facile da etichettare come “vintage”.

Tracklist

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