06/05/2016

Mentre, nella prima metà degli anni ’70, il rock britannico, guidato dalla psichedelia e dai chitarristi virtuosi, entrava nell’età della maturità, una fetta del mercato discografico, e della vita notturna, ignorando queste evoluzioni, rimaneva orgogliosamente animata da band, con il seguito fedelissimo di fan, incastrate in un’eterna fase adolescenziale fatta di giornate a scuola e discoteche pomeridiane, pub e gradinate, gang e individualismo, scazzottate ed innocenza, innamoramenti ingenui e sveltine nei vicoli bui. Era lo spirito del rebel without a cause del rock’n’roll dei 50s che, filtrato attraverso l’esperienza del rhythm’n’blues britannico dei 60s, trovava nuovo linfa nel glam rock: pop art all’ennesima potenza, zero intellettualismi.
Eredi di quest’epoca e di quest’etica, ed una delle migliori espressioni internazionali attuali del genere, tornano i brianzoli Faz Waltz con “Callin’ Loud”, loro sesto lavoro in studio.
Come già nel precedente “Move Over” ed in parte anche in “Back On Mondo”, il trio esplora il lato più stradaiolo e meno arty del glam rock: se nei primi lavori era prevalente l’ascendente stilistico e tematico di David Bowie e dei T Rex, negli ultimi lavori sono molto più emergenti le influenze degli Sweet e degli Slade, così come quelle di formazioni minori come Jook e Hector.
Ma quello che caratterizza i Faz Waltz e li distingue, ponendoli –senza enfatizzazioni- sopra la media delle altre band che in giro per il mondo ripropongono il genere, risiede nel fatto che, come già detto nella recensione del singolo che anticipava l’album, il loro prodotto non è una riproduzione pedissequa degli artisti di riferimento: il songwriting di Faz La Rocca non solo accoglie un certo approccio power pop americano (i Cheap Tricks su tutti), ma innesta tutte queste influenze su un gusto ed una base tipicamente sixties, sia nel modo di cantare e modulare la voce (mi ricorda spesso Steve Marriott) sia, in generale, nelle soluzioni melodiche Kinks-iane, Yardbirds-iane o Beatles-iane.
Il disco si compone di dieci brani –less is more- di rock’n’roll compattissimo e tosto: sezione ritmica quadrata e martellante, mai un assolo di chitarra ma solo riff classicissimi ed eterni, ritornelloni, cori a profusione e storie working class raccontate come le si potrebbe ascoltare raccontate da un diciassettenne che ha il mondo davanti ma non ha mai ancora superato l’angolo della strada del quartiere in cui è nato.
Dato il livello del disco farei un torto ad un brano segnalandolo al posto di un altro, però mi permetto di indicarne tre -“Boogaloo Boots”, “Dynamite Sam” e “Rock’n’Roll Boy”- che esplodono della stessa sensualità languida e -nonostante zeppe, trucco e glitter- virile che fu di Marc Bolan, Ian Hunter ed anche dei Kiss e degli Aerosmith, che poi è la sensualità del blues, la sensualità del sudore, del diavolo e del gesto ribelle fine a se stesso.
Questo “Callin’ Loud” non è, concludendo, un disco per nostalgici di epoche passate e mai vissute, ma è un’opera fresca, viva, pop nel senso più vero e positivo del concetto, apprezzabile sia dal fanatico di oscurità rock’n’roll che vive per il concerto del weekend, ma anche da chi la musica la ascolta distrattamente in radio o, banalizzando, solo per ballare, bere e poi scopare il sabato sera.
“Hey kids, it's alright, let's get your kicks and dance all night, don't stop your feet you teenage crazy, you're so young, you're so young!”

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