30/05/2016

Gli Stella Diana sono un gruppo per pochi ma amato da molti. È una condizione contraddittoria per una band che ha cercato di impostare una carriera lunga e rigorosa, alla larga dai giri giusti ma anche dalla distrazione colpevole e arrogante di chi non sa più incuriosirsi (e sono tanti, troppi). All’estero i dischi degli Stella Diana finiscono regolarmente tra le prime scelte dei più intransigenti ascoltatori dream pop. In Italia restano un piccolo culto per una solida ma ristretta cerchia di appassionati. Chissà che “Nitocris” non cambi le prospettive regalando alla band campana la visibilità che merita. Serviamo subito lo spoiler: è il loro disco migliore. E i loro album precedenti erano molto belli.

“Sofia” accoglie con modi gentili e sognanti, un modo per rassicurare sulle reali intenzioni di questa raccolta: i riverberi, i delay, i bassi lenti e le voci lievi ricordano a tutti che lo shoegaze in Italia passa necessariamente dagli Stella Diana. Lo conferma “M.9”, con quell’arpeggio iniziale che è quasi una citazione di “Carolyn’s Fingers” dei Cocteau Twins e quella sovrapposizione perfetta di distorsioni fredde e vocalità diffuse. Proprio il ruolo del cantante Dario Torre sorprende chi ne conosce il percorso musicale. Intanto c’è l’abbandono dell’italiano in favore dell’inglese: una piccola ma importante svolta rispetto ai lavori passati. E poi c’è un inabissamento della voce che è l’esatto contrario di quello che era avvenuto con “41 61 93”, quello sì un po' più cantautorale, in cui erano gli strumenti a girare intorno alla linea vocale. Prendete “Sulphur”, che è il bellissimo singolo di “Nitocris” e ne rappresenta anche il momento più scintillante: il cantante è lì da qualche parte, sembra lontanissimo dal cuore del brano, eppure la sua melodia è forte, incisiva, affascinante. È una costruzione magistrale che si amalgama perfettamente con un arrangiamento dreamy standard ma pressoché inattaccabile: e funziona, eccome. Così come funziona la chiusura circolare e drammatica di “J. Carpenter”. Meno di quattro minuti di wave e post punk giocati all’attacco: durasse un giorno intero non ne avremmo ancora abbastanza.

“Nitocris” è il prodotto di punta di un rinascimento italiano dream pop che prende sempre più piede all’estero. Sono brani che pongono le basi per un ulteriore salto di qualità di una scena che non è mai stata così credibile. Ci attendono tempi davvero interessanti, dal fronte shoegaze.

 

Commenti (1)

  • severo06 05/06/2016 ore 01:48 @severo06

    Love it

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