Leo Pari Spazio 2016 - Cantautoriale

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Battisti, Battiato. Rimandi e citazioni. Un disco di uno splendido (quasi) quarantenne.

Leo Pari nasce nel 1978, pieni anni ’80. Perché il decennio dal quale non si esce vivi inizia in quel momento, quando il gioco finisce e giunge il momento di disoccupare le strade dai sogni. Ma questa è solo sociologia di terz’ordine. In realtà gli anni ’80 irrompono quando Lucio Battisti decide che è arrivato il momento di suonare il synth con altre modalità. Anticipando i tempi. “Una donna per amico”, anno domini 1978, con le sue linee melodiche intersecate da un bel tot di tappeti elettronici. Si parte da qui. Leo Pari parte da qui.

Un nuovo corso per un cantautore che fino a poco fa passava il tempo a coverizzare Francesco De Gregori e ora prova a emergere dal suo personale retrofuturo. Fedele a un pop sintetico dai toni sobri, sia pur intossicato da qualche accento nervoso (come nel caso di “Ave Maria”) se non da deviazioni quasi techno (“I cantautori”), “Spazio” è costruito attorno a dieci canzoni a presa rapida che ti abbracciano e ti portano via. E ti accompagnano nel mezzo del microcosmo di un (quasi) quarantenne disincantato e un po’ malinconico, testimonial perfetto della propria generazione. La stessa che a volte cerca l’amore senza troppo impegno (“un po’ ci si ama, un po’ ci si usa”) ma che, in compenso, riesce sempre a trovare la frase giusta al momento giusto (“spero davvero che fallisca la Nasa, così la luna sarà solo per noi”). Quella generazione che sola può comprendere gli istinti autodistruttivi dei più giovani (“i ragazzi bruciano come fiammiferi per non somigliare mai ai loro genitori”) e si dimostra cinica persino di fronte a ipotesi catastrofiste (“arriverà la fine del mondo ma non ci ucciderà”).

Anche i testi di Leo pagano dazio ad almeno un paio di padri putativi. “Tra la polvere chiara e la cenere scura”, parole con le quali parte “Bacia brucia ama usa”, ricorda ancora De Gregori, e se poi si prova ad ascoltare con attenzione “La seconda volta”, allora potremmo prenderla per una “La stagione dell’amore” 2.0. di Franco Battiato, si vive anche all’interno de “La fine del mondo” (“voglio vederti danzare”, piuttosto esplicito, no?). Se poi volessimo tornare a occuparci della musica che sgorga dal disco, oltre ai synth di “Una donna per amico”, ben riconoscibili in “Arnesi” e non solo, non trovate forse che l’attacco di “Non ci ruberanno mai” ricordi una “Spacer” (il pezzo culto di Sheila and B. Devotion) leggermente rallentata? Peraltro il disco si intitola “Spazio”…

Giochi di rimandi e citazioni che divertono, tanto da impreziosire un disco notevole per il modo in cui riesce a impattare, per come si appiccica addosso senza lasciare prigionieri. E poi Leo Pari potrebbe autocandidarsi a ricoprire il ruolo di cantore ufficiale dei quarantenni (e non solo…) che non sanno cosa sia la crisi di mezza età. E se lo sanno ci passano sopra senza pensarci troppo. Solo per questa ragione dovremmo volergli bene.

 

 

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La recensione Spazio di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2016-04-18 00:00:00

COMMENTI (2)

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  • ekos 6 anni Rispondi

    bel disco lo compro ho letto la recensione sul fatto quotidiano

  • sara.riscica 6 anni Rispondi

    Disco imperdibile. I love it

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