Jacopo Gobber
Accalappiacani 2016 - Cantautoriale, Sperimentale, Elettronica

Accalappiacani

Un disco che si crogiola nell'autocompiacimento di un artista bravo e che sa di esserlo

Premetto, Jacopo Gobber è indiscutibilmente bravo, straordinariamente bravo, ma "Accalappiacani", pur non riuscendo a celare le sue capacità sopra la media, sembra non raggiungere mai una quadratura del cerchio che sia definitiva, totale.

Non ci troviamo di fronte allo scontatissimo paradosso del talento che non si applica, né tantomeno a una volontà velleitaria incapace di raggiungere i propri obbiettivi: Jacopo Gobber è in possesso di un bagaglio musicale fuori dal comune, una complessità compositiva che però finisce per ritorcersi contro.

Ho ascoltato una serie di album assurdi, giovani autori che si crogiolano nella propria peculiarità perché non esiste scusa migliore dove nascondersi che l'accomodante velo dell'incomprensione quando si fa schifo. Una giustificazione tanto banale quanto superficiale, ma da quando l’arte moderna ha definitivamente debellato ogni canone estetico, eserciti di incompetenti hanno avuto la possibilità di spacciare la propria stranezza per una qualche forma di genialità con strascichi che si ripercuotono sino ai giorni nostri anche, e persino più intensamente, in ambiti come il cinema e la musica.

Jacopo Gobber non è così, è un musicista con i controcojones, per citare Cantona, e io pensando che la sua “unicità” fosse solamente frutto dell’indecisione ho ascoltato e riascoltato quest’album decine di volte giungendo così ad una conclusione: Jacopo Gobber ha una personalità che necessita di cambiare abito ad ogni canzone per esprimersi al meglio. Per chiarirmi le idee sono andato a cercarmi tutti i suoi altri lavori e ho notato che l’eterogeneità che mi aveva tanto colpito al primo ascolto non era niente a confronto degli album precedenti. Con "Accalappiacani" si può forse parlare di maturazione artistica, sempre che di maturazione artistica si possa parlare in un contesto perennemente sperimentale.

Io non so quando J.G. abbia incontrato per la prima volta il taoismo, quel che è certo che le reminescenze di questa scuola di pensiero sono una costante di tutta la sua produzione musicale. Dall’alto della mia fede dudeista non avrei nessun diritto di esprimermi su quale sia o non sia la miglior forma per intendere il mondo (il taoismo sarà sicuramente utile a milioni di persone migliori di me), quel che mi preme dimostrare è come nel contesto della produzione di un album il taoismo si dimostri un limite. La liberazione dal narcisismo diventa un’antinomia dal momento che l’intero album emana un'aura di spocchia ben distinguibile da una sana consapevolezza di se stessi. Jacopo Gobber finisce col perdersi in un bicchiere d’acqua, perché si crogiola nella propria peculiarità commettendo però un peccato ancor più grande in quanto in possesso di mezzi infinitamente superiori ad altri artisti.

Il disco è un continuo pullulare di riferimenti teoria degli opposti, allo ying e lo yang, il bene e il male, la liberazione dell’ego, la potenza degli elementi. Non vorrei apparire come una persona arida, ma credo che temi del genere servano solamente a darsi un tono profondo, sciamanico, e risultino del tutto inappropriati per generare poesia nel 2016, per quanto, su un piano meramente tecnico, Jacopo Grobber sia riuscito a metterle minuziosamente in pratica facendo convivere alla perfezione le due anime antagoniste della propria musica, quella elettronica e quella acustica.

Lo ammetto con dispiacere, non si può parlare di occasione mancata dato che il giovane compositore veronese è senza dubbio riuscito ad imprimere la forma che si era prefissato al suo prodotto, e non dovrebbe nemmeno prendere troppo sul serio questa critica dato che è decisamente influenzata dalla mia visione personale, ma se Walter Whitman usava le foglie d’erba come pretesto per elevarsi grazie alla propria sensibilità al di sopra dell’umanità intera, "Accalappiacani" non è altro che un mezzo per poter esprimere la propria misantropia (e fin qui va bene, per carità, l’umanità fa schifo) prendendo così le distanze da dentisti, giornalisti, controllori (e vabbè chi non odia i dentisti) e tutte quelle persone che non meritano di condividere lo spazio adibito a un’entità moralmente superiore quale un musicista taoista. Jacopo Gobber finisce così col collimare con una posizione totalmente piccola-borghese, tutto ciò da cui il disco cercava di prendere le distanze è tutto ciò a cui il disco ritorna. Quello che Baudelaire chiamava il paradosso della moda, l’opprimente voglia distinguersi che finisce inevitabilmente con omologarci a tutti gli altri, in questo particolare caso i Bluvertigo, ma con 10 anni di ritardo.

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