09/10/2004 di Eliseno Sposato

I Cheap Wine tornano sul mercato con un compito difficile: dare un seguito a quel capolavoro di rock prodotto in Italia uscito nel 2002 e intitolato “Crime stories”. Il nuovo disco si chiama “Moving” e con il predecessore ha molte analogie che vanno dal tema unico affrontato nei testi, all’alta qualità della struttura musicale che ha davvero pochi eguali nella nostra penisola.

Pur restando ancorato saldamente alla propria cifra stilistica che guarda al roots-rock americano, che ha come nomi tutelari i padrini Neil Young e Bob Dylan, seguiti dai figliocci che ci hanno fatto sognare a metà degli anni ottanta, partendo dai margini di una Los Angeles dalla vena psichedelica, il nuovo lavoro mostra interessanti variazioni sul tema che segnano una certa diversità rispetto ai predecessori. Se in “Crime stories”. era appunto il crimine ad essere raccontato in diverse sfaccettature, in “Moving” si affronta il tema del viaggio. Niente di nuovo sotto questo profilo, visto che molti artisti si sono cimentati al riguardo. Ma questo non è un ostacolo, nè Marco Diamantini si arroga il diritto di dire qualcosa di nuovo. Definiamolo un esercizio di stile su un tema classico che sollecita una chiave di lettura particolare, visto che il viaggio viene sempre analizzato nella sua fase di partenza, nella voglia di utilizzarlo per affrontare l’ignoto, voltare pagina, tendere a scoprire cose nuove, e mai si arriva alla sua conclusione. Partire in questo caso non è per niente morire, quanto piuttosto un modo per rinascere anche se non si ha nessuno posto dove andare - come ha insegnato Springsteen.

La notte è un’altra costante delle splendide canzoni di quest’opera: per niente nemica, semmai complice nel realizzare i sogni, nello spegnere la frustrazione che portano amori finiti o lavori poco soddisfacenti. Sul piano strettamente musicale le novità stanno tutte nel ruolo di maggiore protagonista che il gruppo ha ritagliato per il suo ‘asso’; Michele Diamantini si è infatti assunto un maggiore onere compositivo, oltre ad occuparsi in toto della produzione dell’album. Ne consegue che il disco suona decisamente più rock, pur se equamente diviso tra pezzi killer dove la sua chitarra si esalta, e ballate dai toni soffusi che respirano l’aria polverosa del deserto, quanto la solitudine dei viaggi sulle backstreets affrontate di notte. Blues, punk, folk e psichedelia si fondono come sempre al meglio, con la costante delle chitarre sempre in primo piano, sostenute dal basso di Alessandro Grazioli e dalla batteria di Francesco Zanotti ancora più efficace (se possibile) che in passato, anche se, a mio avviso, le atmosfere delle tastiere di Castrista vengono colpevolmente tenute un po’ in retroguardia.

Emblematica in questo senso è la bellissima versione di “One more cup of coffee” di Bob Dylan, prima cover inserita in un album del quartetto pesarese. Difficile fare una graduatoria dei singoli brani, anche se l’iniziale “I can fly away” merita una citazione doverosa riportando indietro l’orologio della storia e catapultando l’ascoltatore in piena summer of love; un brano atipico, insomma, che forse spiazzerà un tantino i fan, ma che risulta essere non un mero esercizio di stile, quanto un possibile (?) approdo futuro. E se brani come “Move Along” e “The wheels are on fire” rinverdiranno i successi di brani come “Behind the bars” e “Waiting for fight”, altre canzoni spezzeranno i cuori dei rockers, come ad esempio “City lights” o la stupefacente (in tutti i sensi) “Fade out” che entrerà in seria competizione con “Temptation” nei futuri live.

In definitiva per “Moving” non si può non usare, per l’ennesima volta, il termine ‘capolavoro’. Per me disco dell’anno.

Tracklist

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