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album demo 2004 - Dead Models

recensione Dead Models demo 2004

2004 - Rock, Indie

RECENSIONE
12/10/2004

Recentemente stiamo assistendo ad un recupero sempre più selvaggio delle primissime sonorità anni ’80 ad opera di sempre più numerosi musicisti che millantano, chi più chi meno, legami affettivi, collaborativi o prettamente spirituali con quel glorioso e contraddittorio periodo – artisticamente parlando – in perenne oscillazione tra le brutture dell’edonismo praeter-musicam dei cialtroni saltellanti dell’elettropop e la nichilistica creatività dei malinconici giovanotti isolazionisti del post-punk/dark-wave, abilissimi genietti nello scarnificare il rock per riadattarlo alla loro pessimistica visione del mondo, romantica e angosciante nel contempo. C’è oggi chi – come Robbie Williams – ha rivomitato musicalmente il lato peggiore di quegli anni e chi invece – come Interpol e Franz Ferdinand – ha fatto tesoro di quel passato per contestualizzarlo al meglio e trarne linfa vitale per nuove avventure sonore.

In piccolo anche nell’italico stivale c’è chi sta apportando il suo fattivo contributo alla causa: i Dead Models da Alessandria. La formazione piemontese si presenta al pubblico con un demoCD di sei brani che rispolvera, a modo suo, il repertorio post-punk-rock, soprattutto quello di matrice americana, molto più sensibile – rispetto a quello anglosassone – al risucchio prepotente degli anni’70. Lo si sente subito a fior di pelle non appena il lettore comincia a girare: senza falsi pudori di sorta i sei brani del demo piuttosto che manipolare quel patrimonio musicale, per riadattarlo a orecchie moderne, lo celebrano semplicemente, tirando a lucido vecchie intuizioni di gente come Talking Heads, Television, Patti Smith Group e tutta la carovana di wavers che negli anni successivi ne ha seguito devotamente la scia. Purtroppo, però, l’opera musical-storiografica di rivalutazione di quella scuola musicale risulta eccessivamente statica e incolore, difettando nel contempo della rabbia genuina che accompagnava gli ultimi rigurgiti del punk e dell’alienante smarrimento che invece anticipava l’avvento del dark-wave. I Dead Models suonano in un limbo sonoro dove le chitarre fingono spesso attacchi nevrotici senza però graffiare (“How did it start”, “Operator”), dove l’intimismo Bowiano non riesce ad essere suggestione (“Summer rain”), dove la cattiveria melodica risulta fin troppo artificiosa per dare sfogo ad una latente ma percepibile esplosività di fondo del brano (“There’s a riot going on” e “Helmer”) e dove purtroppo la voce di Matteo Conti vaga alla ricerca di una propria identità personale, in quel suo continuo ondeggiare tra Lou Reed, David Bowie, Frank Black e in quel suo ammirevole sforzo di pronunciare con un inglese decente.

Fuori dal coro la penultima traccia – “New York” – che all’ascolto sembra allinearsi, con molto più stile e coerenza, al periodo musicale di riferimento della band, quello esattamente a cavallo tra ’70 e ‘80: la linea vocale cambia sapientemente registro sopra una base melodica pressoché invariata, ben architettata da basso e batteria, salvo la digressione strumentale di chiusura.

Accattivante il nome, piacevolmente minimalista la confezione del demoCD, ammirevole l’intento di riconquistare a suon di note quel fantastico interstizio sonoro che ha separato due decenni ma ciò che forse è mancato ai Dead Models è stato proprio quel peculiare spirito mutante che ha animato i musicisti dell’epoca, frutto di una traumatica transizione socio-culturale che ad oggi risulta di difficile comprensione per le nuove generazioni, oltre che materialmente irripetibile.

Tracklist

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