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RECENSIONE
27/06/2016

Come lo hobo la cui storia disgraziata è raccontata nel corso della trilogia di cui questo album è culmine tematico ed artistico, anche la produzione dei There Will Be Blood può essere interpretata come un cammino alla ricerca della sintesi tra il rock bianco e la rozzezza del country blues: una tensione continua verso il riff di chitarra perfetto, espressione suprema dell’individualità dell’uomo semplice, che non sente il bisogno di assoli o di orpelli a protezione della propria fragilità.
E “Horns”, come attitudine spirituale, si avvicina di molto alla purezza dei blues delle origini di matrice contadina.
Tra l’altro è da interpretare in questo senso l'assenza del basso nel combo varesino, così come in tantissimi gruppi del filone del garage blues odierno, che, ossessivo e sporco, non è niente altro che country blues contemporaneo ed elettrificato.
Nonostante l’orizzonte di “Horns” sia proiettato all’immaginario pre-war, non suona come un prodotto polveroso o stantio, ma, al contrario, è un lavoro eclettico, fresco ed eccitante, figlio dell’approccio sostanzialmente punk di Jack White e Jon Spencer.
A differenza dei due precedenti lavori, l’impasto sonoro dei There Will Be Blood è qui, inoltre, arricchito ed esaltato da una serie di ospiti: la sferragliante armonica di Marco Pandolfi nella ruvida “Burn Your Halo” e nell’ipnotica “Reviver”; la ruggente sezione fiati tromba-sax-trombone rispettivamente di Massimo Marcer, Paolo Celoria e Luciano Macchia nel funk-rock di “Fire”; il piano honky tonk sempre del Pandolfi nella lasciva e liquida “Undertow”, che fa rivivere, nei riffoni tra Muddy Waters e gli Stones, la musica del diavolo e il profumo dei bordelli; il synth di Mr Henry che solca l’atmosfera inquieta e inquietante della title track, il pezzo più ammaliante dell’album, notturno, oscuro, percussivo, nel quale rimbombano urla ed echi di riti voodoo.
Nelle altre tracce, il garage blues passa da umori malvagi ed acidi (“Mismatch”), a cavalcate country, epiche e quasi morriconiane (“Ride”), da toni epici scanditi da ritmi marziali (“Turn Your Back”, che ricorda i Mescaleros di Joe Strummer) a pezzi più ariosi, quadrati e tipicamente garage (“Short Breath” e “Lust”, quest’ultima in odore di Stooges).
Menzione speciale per i due episodi che, eterogenei in un pacchetto grosso modo compatto, più sorprendono e affascinano: “Blind wandering” e la conclusiva “Til Death Do Us Part”. Il primo citato è uno holler scarno e primitivo, cantato a cappella con il battito delle mani a cadenzare il tempo ed un testo che è un’implorazione malata, uno spiritual accorato e disperato. Nel secondo, un country solare e immaginifico, la melodia è illuminata dalla tromba del Marcer: lo hobo protagonista della narrazione fa ritorno a casa, si ripulisce della polvere che gli si è accumulata addosso durante il cammino e, per la prima volta in tutto l’album, sembra che risplenda, finalmente, una luce diversa sopra di lui e su tutta la sua storia. Forse un lieto fine.

Un ottimo lavoro scritto, eseguito e prodotto con grandissima cura dalla band, che compiendo un passo ulteriore anche dal punto di vista qualitativo, e data anche la giovane età, si candida a diventare uno dei migliori, più sensibili e meno banali esponenti italiani del proprio genere.

Tracklist

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Commenti (1)
  • Faustiko Murizzi 27/06/2016 ore 11:13

    Oh yeah! It's only r'n'r but i like it!

    > rispondi a @faustiko
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