20/06/2016

Occhi che scrutano dietro a foglie di palma, la Colombia a scaldare la voce fino a scioglierla, Londra come monito di scoperta di stimoli e generi diversissimi e insieme del continuo, seducente ammiccare del pop. Se nella simmetrica copertina del primo singolo “Save me” (composto a quattro mani insieme a Clod degli Iori’s Eyes) lo sguardo serio di Joan Thiele sembrava in attesa, con l’ep omonimo la musicista si presenta sul mercato discografico a volto scoperto, una consapevolezza ridente ma curatissima.

Perché Joan voleva fare la musicista, l’ha sempre saputo (come ci ha raccontato in questa intervista) e ora lo sta facendo, alle spalle una major come Universal Music, gli E.t.n.a ad accompagnarla dal vivo e la produzione di Andre Lindal e Anthony Preston (già al lavoro con Gwen Stefani e Britney Spears) a calibrare le variegate sonorità del disco. Nella mente ben chiaro cosa mettere in gioco del percorso attraversato finora, dall’infanzia in Colombia, agli studi da musicista a Londra, all’intensa gavetta DIY tra locali e club Arci. Che significa: una struttura di fondo in grado di abbracciare soul e pop senza far ingelosire nessuno dei due, su cui innestare con attenzione elettronica, una piccola giungla di percussioni tribali e timbriche liquide (“Heartbeat”), dance-pop (e in questo la radiofonicissima “Taxi Driver” potrebbe tranquillamente non conoscere rivali nei passaggi radio di quest’estate), una riuscita e interessante rivisitazione rap (“Lost Ones” di Lauryn Hill), una ballad con piano e archi (“You & I”) e una foresta di reminescenze dal sapore neanche troppo vagamente reggae ad apparire e vibrare nello spirito dell’intero lavoro.

Se venticinque minuti bastano a confermare che si tratta di un esordio molto buono, è perché Joan si muove in modo praticamente perfetto, un po’ per caso, largamente per intuito, sicuramente mossa da una gran voglia di arrivare dove sapeva di poter arrivare. Con una cura del dettaglio e della produzione estreme, in grado di costruire intorno ad un’anima acustica un’intelaiatura elettronica persistente ma giocosa, consapevole di tutte le contaminazioni e i generi presenti e ugualmente capace di spingerli con garbata furbizia verso la loro declinazione più pop. Che è poi ciò che di Joan ha fatto e continuerà a fare la fortuna, nonché ciò che più le permetterà di giocare con la propria evoluzione sonora.

Tema centrale del disco la rottura con il passato o, in realtà, l’osservazione e la comprensione dei cambiamenti che in esso sono avvenuti, declinati in una chiave che non nasconde un occhio di riguardo per Lianne La Havas e Feist e che strizza l’occhio anche a Selah Sue, pur avendo già in sé un buon marchio personale. Che magari, sebbene versatile nella mescolanza dei generi, non stravolgerà il mercato discografico in quanto novità assoluta. Ma che ugualmente, al momento, guarda alla scena nazionale e soprattutto internazionale da una posizione decisamente preminente.

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La recensione Joan Thiele - Recensione - S/t di Giulia Callino è apparsa su Rockit.it il 18/07/2019

Commenti (1)

  • alia 21/06/2016 ore 12:31 @alia76

    C'è troppa esitazione fra le discografiche grosse! Lo dico perché aspettavo da tempo questo lavoro di Joan Thiele. Una come lei andrebbe spinta tantissimo e da subito! non ci vuole molto a capire che è una che sa scrivere, suonare e cantare come si deve. Io sono un vecchio e avrei decisamente alzato l'asticella dei riferimenti (non trovate in "Rainbow" l'attitudine, la grana vocale e il pathos dell'ultima Sade?). Quindi in bocca al lupo Joan! p.s. lo stesso discorso, ma sul fronte italiano, vale per Mimosa. Mi spiace ma loro due stanno due spanne sopra rispetto alle varie proposte che scorrono su questo portale. Forza!

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