21/04/2017

Giordano Di Fiore è un cantautore vero: non si abbandona alla tentazione della poesia pura, non sceglie la via comoda del nonsense, non cerca di arruffianarsi l'ascoltatore con facili citazioni generazionali. Rimane ancorato a terra, sceglie il significato non dimenticando che questo va anche compreso; diretto sì, ma con raffinatezza.

Musicalmente non è un autore facile da ingabbiare: passa dal classico voce-chitarra a ritmi in levare con naturalezza, e questo rende ancora più merito alla sua scelta artistica. Detto così potrebbe sembrare uno qualunque dei tanti cantautori italiani del secolo scorso, ma Di Fiore riesce a stupire anche in questo, non cedendo al fascino del retrò ma al contrario: nel pieno della contemporaneità e con lo sguardo rivolto in avanti, con semplicità, con leggerezza, con compiutezza.

Un po' Luca Carboni, un po' Andrea Appino, un po' De Gregori, in alcuni tratti si avvicina pure ai Tre Allegri Ragazzi Morti: il suo approccio è così semplice e umano che rischia di navigare nelle acque dell'anonimato. Giordano Di Fiore non è certo uno stravagante, ed è per questo che la strada per farsi notare è più difficile che in altri casi, ed è un peccato perché la semplicità è una qualità dalla quale non può proprio prescindere.

La canzone che più rimarrà in mente è probabilmente "Ti Voglio Bene", che fa dell'orecchiabilità la sua forza, ma i brani più significativi sembrano essere "Senza Rancore" e "900": narrazioni cronologiche di storia: storia del comunismo italiano la prima; storia del secolo scorso che si riscopre ben presto un inno di pace la seconda. Pace nel mondo, pace interiore, proprio quella che inconsapevolmente trasmette il cantautore lombardo con la musica del suo "Scie Chimiche". Un disco che non diventerà una pietra miliare, ma che risulta sicuramente piacevole all'ascolto, con il quale cullarsi volentieri, di tanto in tanto.

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