11/11/2016

Note di armonica a bocca e accordi di chitarra percorrono tutto l'album, fin dalla prima canzone “Piano di legno”, tra immagini di una volta, tra campagna e città. È un disco di cantautorato folk.

“Canzone della possibilità” ha qualche suono in più e un testo che si distingue per alcuni versi d'impatto e giochi di parole ad effetto: “Rimorsi sotto grappa per durare nel tempo / ombre sulla meridiana che non lasciano scampo / corri su strani rotoli di strada che vendono al metro / ti dicono che tutto passa e niente si chiama Pietro...”.
“Casa nostra” dipinge un bel ritratto di storia familiare. Anche “Italia” ha un arrangiamento più strutturato: descrive le contraddizioni del nostro Paese con immagini interessanti, anche se manca di contemporaneità, soprattutto nel linguaggio; inoltre le note alte sono da migliorare. “Ricordo” e “A Emilia” chiudono il disco, rimanendo leali alla ricetta del resto del lavoro e con un velo di malinconia.

La chitarra, dal punto di vista musicale, è protagonista in questo album d'esordio piuttosto schietto, che non cerca la novità, semmai punta alla tradizione. La melodia alla base è molto omogenea lungo tutto il disco. È apprezzabile la volontà di trasmettere idee e messaggi impegnati attraverso le canzoni.

A meno che non voglia fare una produzione anacronistica, un cantautore, oltre a dedicarsi ai testi, non può dimenticare l'importanza dell'orecchiabilità della propria musica e non può rinunciare alla ricerca della bellezza anche nei ritornelli. Si avverte quindi la necessità di modernizzare il linguaggio. La sfida è dire cose importanti con parole di oggi: il “consumismo” e i “signori del progresso” del brano “Libertà virtuale” sono termini degni del miglior Francesco Guccini, ma adatti solo agli anni '70.

Menni è un ragazzo veneto di neanche 22 anni, con una voce già matura, che sa di avere idee e passione. Ma non per questo deve rinnegare la sua età: il fatto di essere giovane è un valore da sviluppare e potenziare nei prossimi dischi.

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