29/09/2016

Qualcuno ha l’abitudine di dormire con un quaderno vicino al proprio letto per trascrive i sogni appena fatti, per non lasciarli andare. Qualcuno tenta la fortuna al superenalotto consultando la Smorfia, alcuni invece hanno semplicemente dei sogni, solo dei semplici sogni; Freud pensò bene di scriverci un trattato, Lynch ha preso in prestito la narrativa onirica per girare dei capolavori e poi qualcuno ha deciso anche di dedicargli un album.
“Interpretazione dei sogni” è stato anticipato dall’ep “Paura di tutto” in cui è presente la traccia inedita omonima e il brano più orientato verso una deriva dream-pop: “Innamorata di un cavallo”. La ritroviamo pure in questo album, che mantiene intatti i principali tratti stilistici della band. Atmosfere sospese e nostalgiche degli anni ‘90 sono la struttura scheletrica che supporta questo lavoro, direzionandolo verso una deriva emotiva complessa. Se da un lato sentiamo dei riferimenti a quelli che potrebbe essere la chitarra di un giovane Mascis, dall’altra parte, ascoltando la voce, ci ritroviamo seduti ad ascoltare la lettura di un componimento forse scritto da Cummings o un passo di Conrad, un manoscritto da far leggere allo stesso Freud, dove tra un vigoroso riff arpeggiato e una ritmica a metà tra l’emo primordiale e lo shoegaze, si arriva forse ad analizzare l’inconscio dei sogni trasposto, successivamente, sul piano reale di ciò che siamo.

Il brano in apertura “Ricordati del sogno” è l’emblema stilistico dell’intero album: nostalgico, rabbioso, ma senza mai sfociare in una violenza sonora esasperata, ma veicolata da una flebile rassegnazione post adolescenziale. L’influenza più punk la percepiamo in "Cummings", ma il punto emotivo più alto lo si tocca con "Kafka", dove ci immedesimiamo con un groppo in gola e il cuore avvolto in una corazza, in Gregor Samsa, chiuso in una stanza di una fredda Praga di un secolo fa. Un luogo lontano, collocato in un periodo ancor più lontano, ma che riusciamo a sentire terribilmente vicino. Un equilibrio tra sogno e riflessioni fatte mentre sei seduto al tavolino. Si parla di corpi, di metamorfosi, di insetti e di cavalli.
La metamorfosi perpetua è forse la chiave di tutto l’album, dove la trasformazione a cui siamo sottoposti durante la nostra esistenza ci porta ad analizzare su diversi piani di lettura i nostri trascorsi; ci accorgiamo che non siamo più quel qualcuno che conoscevamo, trasformati forse dall’orrore - qualsiasi esso sia - di “Cuore di tenebra” e così all’improvviso viene a mancare l’aspetto identitario e di appartentenza. Un flusso tra l’inconscio e la razionalità, che sfocia in un’epifania riconducibile alla sommatoria collettiva di quei momenti in cui sei sveglio da poco e cerchi di capire cos’è che hai sognato, interrogandoti sul perché e sperando di non dimenticare.

Il disco si chiude proprio con questa tematica, il non essere più, e la si raggiunge tra introspezioni del proprio inconscio, letture di libri e l’osservazione dei dettagli, dei piccoli dettagli come le foglie sui pavimenti, come l'autunno in certi ambienti, come un fiume sotto i ponti.

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