05/10/2016

Che cos’è un infinito: un pensiero che rincorre se stesso in maniera tanto veloce da superarsi, una goccia che s’asciuga cadendo, io e te che ci scambiamo il posto e i sentimenti senza spostarci mai. Le forze elastiche possono deformare un corpo, o semplicemente lasciarlo tornare com’era prima, così non ci si spezza mai, non si ascende né si sprofonda, ma si continua uguali e diversi: non è forse questo una sorta di infinito? Tra la fisica e la filosofia, tra poetiche esistenzialiste e la matura consapevolezza delle storture del mondo, questo disco ti insegna e ti incanta: è così, non puoi impedirti di ascoltare ogni parola, l’anima che si disperde nell’aria mentre il racconto si fa sogno, gli spazi che s’affannano per colorarsi dei tuoi colori quando la storia sembra proprio parlare di te.

E, lungo le parole, s’affollano strumenti che costruiscono il giusto contrappeso, condividono il destino di ogni brano e crescono fiori e ci si scioglie in memorie semplici: dall’esplosione di “Io Milano di te” che inquieta col suo finale d’archi zeppi di nostalgia e pronti a suggerirti che stai per cadere in errore, mentre la sua trama rock fatta di chitarre mordenti che sposano in segreto amorevoli synth non può che spingerti avanti; alla bellezza leggera di un piano sfiorato dal respiro e dall’orchestrale verità di un pensiero puro in "La gente che mente": ”Guarda che occhi che ha la gente sincera”. Scivolano le ballate, che siano prese di coscienza dolcemente pop e dense di personali battaglie come “Perturbamento”, dove s’incide nell’atmosfera come monito, regola e universale giustificazione ”Il mondo intero ti sembra provvisorio”, o “L’isola” che è un sussurro sospinto dal ricordo di un amore, ed è il pezzo più vicino a Battiato, ed è la speranza, che in fondo non è altro che un’ennesima forma di infinito. E i cantautori degli anni sessanta di “Paure come cose”, una meraviglia capace di ricreare quelle luci, quel bianco e nero ricco di sfumature, quasi fosse l’interminabile spettro di quello che proviamo.


E c’è la voce di The Niro che incede ferma mentre girano vorticosi gli effetti di “Non è facile a dirsi”, e quella di Irene Ghiotto nel duetto magico di “Wait for the Winter” dove la chitarra acustica, sospesa sui sintetizzatori di Massimo Martellotta, diventa una di quelle macchine capaci di creare paesaggi innevati, e insieme la quiete che abitualmente portano con loro; e c’è Nada a impossessarsi di “Cadevano i santi” col piglio di un recitativo che si fa canto grazie alla tenacia, e occupa ogni angolo, e ancora i cori di Alessandro Grazian nel classico di Peter Gabriel “Biko”, e la produzione di Paolo Benvegnù a completare un lavoro che è davvero una delle tante forme in cui la bellezza si manifesta: uno dei molteplici infiniti in cui immergerci, uguali ma diversi, sospinti da forze che non ci spezzeranno mai.

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La recensione Fabio Cinti - Recensione - Forze elastiche di margherita g. di fiore è apparsa su Rockit.it il 16/07/2019

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