01/12/2016

Dopo cinque anni di silenzio, i Karkavejia ritornano in scena con "L’inverno su Marte", quarto album della band punk rock arlunese. Un titolo di per sé già evocativo in cui è possibile individuare, sin dal principio, il messaggio dell’ultimo lavoro dei Karkavejia: "L’inverno su Marte", ovvero la desolazione e l’abbandono nel deserto Pianeta rosso, metafora della ‘cattiva stagione’ dovuta all’inclemenza della vita, una vita, non disposta a concedere nessuno sconto in materia di sofferenza. Sin dall’intro di "Supernova", canzone che apre l’album, il suono veloce e frenetico della batteria insieme a quello della chitarra elettrica, rapisce l’udito e si appropria delle nostre gambe. Un click sul play e non riuscirete a stare fermi per tutta la durata del disco: venti minuti circa di furore punk.

Fantasia, sogno, illusione e utopia fastidiosa, è l’atteggiamento di coloro i quali dichiarano e rivendicano, con una certa convinzione, di essere le uniche creature fragili e vulnerabili ad abitare questo pianeta. La mancanza di ascolto causa il fallimento della comunicazione, tanto da produrre "L’inganno delle cose", in cui l’unica cosa certa è che “sei come una chimera nei tuoi libri inutili” tra i tuoi simili. Un inganno, un miraggio. Fine dei giochi. Dal tema dell’illusione a quello del desiderio. Ma attenzione, il desiderio trattato in "Strati" non è un sentimento piacevole, bensì un impulso volitivo declinato in negativo: “Quanti desideri orribili ho dovuto concepire per provare a non morire”. Ogni cosa ferisce e diventa necessario imparare a proteggersi dal dolore e dal male, un male descritto come gli abissi, in quanto vasti, sconfinati e inesplorati: uno scudo protettivo e gli occhi smettono di piangere.

Collocata al centro, fra il primo e il settimo brano che compongono "L’inverno su Marte", spicca "Siberia" dei Diaframma. Ora, è chiaro che fare una cover è sempre un grande rischio, poiché non solo il confronto con la versione originale è inevitabile, ma non esistono neanche mezze misure di valutazione e giudizio: o se ne esce vivi, o se ne esce morti. Siamo lontani dall’atmosfera dark-wave e dal lirismo vocalico di Mario Sassolini, come siamo lontani dal pensare che qualche artista riesca a rendere omaggio a qualcosa di perfetto senza rovinarlo. Quest'ultimo non è sicuramente il caso dei Karkavejia: "Siberia" viene riarrangiata e personalizzata in perfetto stile punk. La voce del cantante è caratterizzata da un’intensità tale da riuscire a donare un’impronta maggiore al contenuto delle parole malinconiche illustranti paesaggi freddi. E mentre disperati, vaghiamo nella nostra solitudine, una speranza sopraggiunge inaspettatamente: “poi in un momento coprirò le distanze per raggiungere il fuoco che vive sotto la neve”. Le ultime tre canzoni che chiudono l’album ("L’eco dei ricordi", "Chimera", "Creatura analogica"), continuano il lavoro di introspezione avviato sin dall’inizio, fra ricordi, incubi e dolori.

E se i testi sono di per sé già carichi di sofferenza, a sottolinearne i concetti è senza dubbio la potenza musicale che rispecchia pienamente il genere punk. Nel 1978, sulle pagine dello Standars, un giornale della sera di Londra, qualcuno scrisse: “Il punk è morto”. Dobbiamo dissentire. Il punk non è morto. I Karkavejia sono vivi.

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