06/12/2004

La copertina del disco è un cazzotto a un occhio. A esaltarne le potenzialità espressive, invece, la (in)felice trasfigurazione di una ginocchiata in faccia: una musicassetta sull'asfalto parzialmente squagliata. Ammaccata ad arte proprio laddove potremmo immaginare una bocca contratta in un neo-Grido Munchiano, con i due fori circolari avvolgi-nastro a mo' di orbite vuote.

Si presentano così, i pugliesi Kink, mentre il sottoscritto azzarda qualche chiave di lettura. La musica odierna, il business discografico tutto, sono malati. Una provocazione che sa di beffarda autoironia. Oppure soltanto un'immagine forte, chissà. E' un rock robusto, dalle atmosfere in chiaro-scuro e piuttosto atipico, il loro, pregevolmente originale ma sostanzialmente ostile. E qui si riaccende un'antica diatriba: meglio una formula scarna di presa immediata o una mistura più elaborata che non canterai mai? Perché è questa seconda via che la band ha scelto di battere: soluzioni poco scontate, dunque orecchiabilità ridotta al minimo. Riff di chitarra allergici a scorciatoie banali, basso possente costantemente in agguato, cantato della vocalist Ilaria interessante connubio della Morissette e Anna Oxa. Alcune liriche, della stessa front-woman, non sono malvagie, anche se ne "L'attesa", dall'assunto finale discutibile: "Se potessi fermare il volo del mio tempo, salutare le ore che danzano con un inchino… il puntuale ripetersi di abitudini mi sfianca, mi arrendo all'attesa che cambi qualcosa…" O l'incisività che non ammette repliche di "Dogma": "Il tuo dogma è la mia eresia, il tuo senno la mia follia".

In sintesi, un tantino complessi, scorbutici, questi Kink. A seconda dei palati e degli uditi, un ep che può intrigare come deludere.

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