11/01/2017

La ricetta per un album come questo è molto semplice e probabilmente è quella elencata nel pezzo finale, “SATOCT22”: “3 uova, 70 gr di burro, 700 gr di farina e un bicchiere di latte”. Forse questi erano anche gli ingredienti alla base della cena che, trasformandosi in una session di registrazione, ha dato vita a questo disco. Ma di quale fosse il menù della serata a noi non interessa niente. Quello che ci importa, invece, è che La Mela (del Piave) in questo bellissimo "Apple Pie" abbia servito dell’ottimo cibo alle nostre orecchie.

La storia è abbastanza semplice ma anche bizzarra. Un gruppo di amici si ritrova in una casa (quella di Mauro Da Re degli a Big Silent Elephant), butta giù dei pezzi e li registra nell’arco di una sera in presa diretta, buona la prima. Ne esce fuori il disco del giorno di Rockit, ma anche un album capace di devastare completamente chiunque, come me, sia in fissa con gli anni '60. Non fraintendetemi, non ci troviamo in presenza della classica scopiazzatura da cover band. Degli anni '60 questo disco recupera soprattutto l’attitudine. "Apple Pie" ha il carattere del White Album e il cuore dei Velvet Underground. Dal disco dei Beatles recupera l’impressione che tutte le canzoni siano delle bozze ma allo stesso tempo anche dei pezzi fatti e finiti. Dal gruppo di Lou Reed, invece, riprende la tendenza punk a prendere dei generi musicali e a riassemblarli in una forma che sembra familiare ma che non lo è.

Il disco si apre con "Apple Tree" (con tanto di citazione del brano omonimo di Erykah Badu) un country scanzonato in cui una voce dalla pronuncia spudoratamente (e anche ironicamente) dylaniana ci accompagna in un motivetto allegro prima che il pezzo si trasformi in una divagazione soul in stile Rolling Stones anni '70. La title-track "Apple Pie", invece, è una sorta di ballata rockabilly stonata e psicotica arricchita da un assolo altrettanto stonato ma colmo di una fantastica sensibilità punk. In "Tic, Toe & Tac" ritorna il country, mentre in "Oven (Why?)" si avverte l’eco degli Stooges più su di giri. Chiude il disco la già citata "SATOCT22", una sorta di Revolution N.9 in salsa trevigiana, in cui una voce in simil-reverse elenca gli ingredienti di una non meglio specificata ricetta.
Il risultato è quello di sei pezzi allucinati che non c’entrano quasi niente l’uno con l’altro, se non per il modo in cui sono scritti. Ascoltando "Apple Pie" si ha sempre l’impressione di avere a che fare con qualcosa di conosciuto, ma di cui è stata in qualche modo distorta l’essenza: se ad esempio si avverte l’eco di Johnny Cash, si tratta di un Johnny Cash sbronzo o sotto l’effetto di acidi. Ed è proprio in questo che sta il maggior pregio di questo disco: quello di tirare fuori non tanto delle canzoni, quanto delle visioni personali del pop. Il problema è che questa è un’operazione molto retrò e rischia di giungere fuori tempo massimo. Ma noi ci teniamo stretto quello che abbiamo, ovvero un gruppo di ragazzi probabilmente ubriachi che ha investito una serata a registrare un disco, mettendoci in mezzo anche un pizzico di presunzione. Il che non fa mai male.

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