05/01/2005

Non si poteva non parlare di questa monumentale antologia di Lucio Battisti, che riunisce il meglio (?) della produzione tra 1966 e 1980, ovvero il periodo della collaborazione con il paroliere Giulio Rapetti, in arte Mogol. Non si poteva non parlarne perché Battisti è figura centrale nella storia del rock italiano, uno dei punti di riferimento non solo per l’aborrito mainstream, ma anche (e soprattutto, per noi) di artisti come Tiromancino, Delta V, Moltheni, Lombroso, ecc. E non si poteva non parlarne perché con i suoi 50 brani a meno di 30 Euro questa è comunque una buona occasione per accostarsi al mondo di Battisti al di là dei soliti 10-15 brani che si sentono sempre ovunque e comunque, bellissimi per carità, ma svuotati di senso e banalizzati proprio dalla loro riproposizione continua, un po’ come è successo con “Imagine” di John Lennon e tanti altri pezzi di Beatles o Rolling Stones, per citare artisti di cui Battisti è l’equivalente culturale italiano.

Altri buoni motivi per procurarsi questa antologia. Primo, tutti i brani sono stati rimasterizzati e svelano particolari sonori per nulla trascurabili, come l’organo psichedelico della strofa di “Acqua azzurra, acqua chiara”, uno dei soliti noti che in questo modo riescono a regalare di nuovo un brivido. Secondo, visto che la Bmg e la Numero Uno annunciano il ritiro di ogni altra antologia sul mercato, è l’unico modo di avere “Anche per te” e “La canzone del sole”, usciti originariamente solo su singolo, e che sono dei vertici assoluti, specie la seconda (benché solita nota), da studiare per capire come si può fare pop che vince anche in classifica con un brano senza ritornello, pieno di sviluppi e fughe melodiche, stop & go alla Vanilla Fudge, sebbene in acustico, e vortici orchestrali psichedelici. Terzo, i tre “quasi inediti”, brani scritti da Battisti per altri artisti e mai usciti nella sua interpretazione: una bella “Le formiche” uscita originariamente nel 1968 come lato B di “Tu, cuore mio” di Wilma Goich (alla faccia), una incredibile “Vendo casa” del 1971, che potete trovare solo sul secondo omonimo album della Formula tre, orfana di una strofa, e incisa per intero dai Dik dik con la produzione di Maurizio Vandelli, “La spada nel cuore”, interpretata a Sanremo 71 da Little Tony e Patty Pravo e accreditata a Donida Labati.

Ci sono però un sacco di critiche da fare a questa antologia. Innanzitutto, come è pessima abitudine delle major italiane, non c’è uno straccio di nota e quello che avete letto sopra lo si sa dai sacri testi, non certo da questo triplo cd. La questione dell’attribuzione di “La spada nel cuore”, che tutti nell’ambiente sanno essere di Battisti, per dichiarazione degli stessi interpreti d’allora, non viene risolta, per dirne una. “Le formiche”, uscita nel 68, viene qui datata 1969: ci dicessero perché. È uno scarto dal primo album di Battisti? Oibò. Uscendo da questioni così tecniche, la canzoni non seguono un ordine cronologico se non grossomodo: così “Per una lira”, del 1966, viene dopo 12 brani usciti tra 69 e 71: la differenza compositiva e di sound si sente, sconcerta e stona. Immaginate un’antologia dei Nirvana che metta “Love Buzz”, da “Bleach”, tra “All apologies” e “Pennyroyal tea”: farebbe schifo. Ma con gli autori italiani si può fare quello che si vuole! Battisti lo si osanna di continuo e poi lo si tratta come una boiata qualsiasi. Avanti così.

Poi. Magari all’ascoltatore avrebbe fatto piacere poter leggere che molti brani sono stati registrati prima che da Battisti da altri interpreti, e da quali. Magari avrebbe fatto piacere che in “Non è Francesca” fanno da backing band I ribelli; che in “Nel cuore, nell’anima” tocca ai Dik dik; che in tutti i brani tra 69 e 72 suonano I quelli, cioè Franz Di Cioccio, Franco Mussida, Flavio Premoli, ovvero la futura Premiata Forneria Marconi, assieme ad Alberto Radius, chitarrista all’epoca della Formula tre e poi di Franco Battiato; che nei brani del 76 ci suona Ivan Graziani e forse anche in quelli del 77 (risolvere questa annosa questione no, vero?); che in quelli dell’80 si ascoltano membri di Alan Parsons Project, Simple Minds, Brand X e King Crimson. Ma chi se ne frega! Siamo in Italia!

Sarebbe stato simpatico sapere che “Balla Linda”, splendido pezzo psichedelico del 1968 alla “Sergent Pepper” ebbe una versione americana di successo ad opera dei Grassroots; che “Un’avventura” fu interpretata anche da Wilson Pickett, uno dei monumenti della soul music; che “Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi” fece innamorare David Bowie che la fece incidere, riscrivendone il testo e titolandola “Music is lethal”, al fido Mick Ronson, chitarrista negli Spiders from Mars, per il suo primo album solista, “Slaughter on 10th avenue”, 1974. Ma chi se ne frega! Siamo in Italia!

Discutibili nel dettaglio anche le scelte antologiche, benché ovviamente alcune (le solite note) siano obbligate. Ma si potevano omettere episodi trascurabili come “Per una lira”, “Io vivrò senza te”, “7 e 40”, la terribile “Dieci ragazze”, la scontata “Il tempo di morire”, la repellente “Respirando”, la povera “Al cinema” per fare spazio a ben altro che è rimasto fuori. Non c’è neppure uno dei quattro strumentali di “Amore non amore”, capolavori tra colta e soundtrack a livello di Morricone e Piccioni. Manca l’incredibile “Le tre verità”, senza ritornello, con un arpeggio di chitarra che anticipa di trent’anni secchi certe cose post rock e perfino dei Queens of the stone age (ascoltare per credere). Non c’è neanche un brano - neanche uno ed è uno scandalo - da “Anima latina”, disco pazzesco del 1974 in cui Battisti sperimenta una versione del progressive basata su rhythm’n’blues e musica latina: sarebbero bastati almeno “Abbracciala abbracciali abbracciati”, puri Massive Attack quasi vent’anni prima, e l’incredibile vertigine psichedelica di “Due mondi”, niente ritornello e vorticosa scala discendente su una furiosa ritmica r’n’b. Mancano “Prendi fra le mani la testa”, ovvero come fare rock-blues senza essere banali, e “Questione di cellule”, che fece epoca, e trasforma la disco in canzone d’autore. Ma chi se ne frega! Siamo in Italia!

Comunque. Comprate questo disco, oppure scaricatelo su I-pod o altro. Scoprirete il progressivo affrancarsi di Battisti dai suoi modelli (Otis Redding, Sam & Dave, i Buffalo Springfield di Stephen Stills e Neil Young, e gli Hollies di Graham Nash), l’emergere prepotente di una personalità autorale di stampo classico (il periodo 70-71) che costringe i testi di Mogol a farsi sempre più complessi fino a toccare la canzone “filosofica” (72-73), la nobilitazione della disco music tra 76 e 80. Rintraccerete un po’ delle origini dei Blonde redhead nelle modulazioni “bachiane” prestate al quattro quarti disco di “Ancora tu”. Negli otto brani che vanno da “Un uomo che ti ama” a “Nessun dolore” individuerete un ideale album per firmare il quale molti oggi venderebbero l’anima al diavolo. Vi emozionerete fin quasi alle lacrime ascoltando musica e testo di “Vendo casa”, “Il nostro caro angelo”, “La collina dei ciliegi”, “Ma è un canto brasileiro” (qui la lacrima spunterà sul serio). Vivrete un po’ di nostalgia per un mondo che non avete (forse) vissuto in prima persona, un’Italietta industriale ma ancora tanto contadina fra 60 e 70, fatta di magliette a righe orizzontali, chioschi di periferia, bar del paese, corse fra i prati. Sarete sorpresi da quanto l’accusato di machismo Mogol fosse in realtà per un rapporto libero e paritario fra i sessi. Capirete che se l’Italia, vivaddio!, si è liberata dall’oscena dittatura del Belcanto e oggi anche qui è più importante cantare espressivamente invece che “bene” il merito è di questo ragazzo di Poggio Bustone, provincia di Rieti, che visse la prima parte della sua vita artistica fra Milano e la Brianza. E alla fine gli chiederete scusa di averlo confuso col mainstream cui, tranne qualche episodio, nonostante il successo non ebbe mai nulla a che fare. E gli direte grazie.

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