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RECENSIONE
07/01/2005 di Matteo Cavucci

Il disco è bianco. Così candido che sembra quasi un’altra cosa quando lo metti nel lettore. Giampaolo è un ragazzo. Le note che escono dal disco bianco sono roba sua: ha registrato tutto da solo a casa, ma non lo diresti, data l’attenzione e la cura per i suoni. Il disco bianco gira, e girano sospesi anche gli arpeggi soffici, gli echi di synth, la voce lontana e ovattata. Tutto gira, ritorna, come in un vortice sospeso, un drone che si avvolge su se stesso.

Giampaolo è bravo. Si sente la sua voglia di creare qualcosa di più che una canzone. E’ come se inseguisse un’idea, un’idea oscura che solo lui conosce. Il disco bianco suona, e mentre suona fa ripensare al suono di altri dischi. Giardini di Mirò, ma anche Low, Mogwai e Radiohead, ed è forse questo il suo limite. Giampaolo suona. Suona post rock, ed è forse questo il suo limite. Rischiano di perdersi nella miriade di dischi di tutti i colori con dentro le chitarre a spirale e nella moltitudine di ragazzi che li creano. E’ un peccato, perché il disco bianco ha il suo stile. E’ un peccato, perché Giampaolo è un ragazzo che pensa parecchio. Manca quello stacco, quel colpo di reni che farebbe del disco bianco un capolavoro e di Giampaolo uno dei nomi più chiacchierati del nostro indie. Manca quel qualcosa che faccia capire subito che non si tratta di calligrafia, di qualcosa di già sentito, ma di una ricerca, di un’idea.

Non è un disco come tanti, il disco bianco, ma rischia di sembrarlo. E’ comunque un bel disco, e Giampaolo ha talento. Ci penso e ne sono sicuro, mentre lo ascolto nella mia camera. Mi ricorda in qualcosa i Joy Division. Quella certo incombere buio delle cose, quasi notturno. Il disco bianco in realtà è nero.

Tracklist

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