19/12/2016

Il 2 dicembre è stato pubblicato “Il mestiere della vita”, a distanza di cinque anni dal precedente “L’amore è una cosa semplice”. È il disco più strano e difficile mai fatto da Tiziano Ferro. Nonostante il primo singolo, “Potremmo ritornare”, sia vicino a quelle ballate d’amore a cui ci ha abituato, l’album è decisamente lontano da tutto quello che oggi ci propone il mainstream italiano. Diciamo che se il nostro pop (quello che passa su Radio Italia, per intenderci) si sta dirigendo verso i Major Lazer o verso i Coldplay nel tentativo di darsi una svecchiata, Ferro invece punta direttamente a Kanye West.

“Il mestiere della vita” è un disco epico, pieno di immagini di guerra e di soldati che marciano per raccontare chi si allontana da un amore finito. È un disco enorme e pieno di suoni: ci sono pezzi trap (“Troppo bene”), tanto vocoder, ci sono landscape sonori che ricordano vagamente Burial (“La tua vita intera”) e beat di drum machine analogiche sotto a synth anni ’80; ci sono canzoni dove è difficile distinguere la strofa dal ritornello e altre che il ritornello proprio non ce l’hanno.

È un disco r&b, nella sua accezione più moderna, e le produzioni di Michele Canova, sebbene non reggano ancora il confronto con l’estero - non ci troviamo di fronte a Dawn Richard che decide di essere prodotta da Machinedrum, per intenderci - fanno il loro dovere. “Il mestiere della vita” è un album con una visione precisa e ambiziosa ma che riesce tranquillamente a raggiungere il grande pubblico (è già disco di platino dopo la prima settimana).

Le vere bombe sono quattro. “Solo è solo una parola” è una canzone che viaggia dritta dall’inizio alla fine usando quasi sempre la stessa melodia (bellissima, tra l’altro). Racconta la solitudine con il tono epico di cui parlavamo prima e usa parole che si incastrano come i meccanismi di un orologio. Quasi sullo stesso mood c’è “Ora perdona”, un elegante incrocio tra i Chromeo e gli Outkast di “Ms. Jackson” che racconta di due amanti separati; il ritornello ti apre in due.

La title-track è la classica ballata alla Tiziano Ferro, di quelle che solo lui sa fare e che tutti gli altri gli copiano. Il testo è notevole (“Se vuoi tornare ok, torna davvero. Perché se ritorni tu io ritornerò com’ero” è una frase moderna e antica insieme) e la successione degli accordi ti stupisce per quanto sia semplice e, al tempo stesso, potente. "Il conforto”, con Carmen Consoli, è uno dei migliori pezzi che Ferro abbia mai scritto. Gioca sull’ambivalenza tra una musica fredda in stile Kavinsky e un testo che spiega l’estrema e crudele vulnerabilità dei due protagonisti. E se in quel momento il vostro amore tornerà a casa lo abbraccerete come se fosse passata un’eternità dall’ultima volta che l’avete visto.

“My Stylo”, con Tormento, è una canzone nostalgica sul rap dei ’90, “Lento veloce” sarà un bellissimo tormentone estivo, “Valore assoluto” è una canzone pop d’amore abbastanza semplice ma che ti rimane in testa al secondo ascolto. “Quasi quasi” ha un mood morbido e soul. Non sono brani brutti o fuori fuoco, ma sono meno efficaci rispetto ai quattro citati prima.

“Il mestiere della vita” ci conferma quanto già sapevamo: oltre alla voce importante, un tipo di scrittura sicuramente sopra la media e una major che può ancora permettersi di trattarlo da star, Tiziano Ferro ha la grande capacità di raccontare la fatica esistenziale di chi i sentimenti li vive amplificati oltre misura. Sembra una di quelle persone con la pelle talmente trasparente che, se messo controluce, gli puoi vedere gli organi interni. Per pesare il cuore con entrambe le mani ci vuole coraggio, il suono, lo stile, l’ambizione. Ferro ha una visione chiara e la voglia urgente di andare avanti e reinventarsi, siamo al sesto disco e ci riesce ancora con disinvoltura. Non è poco, a maggior ragione in un mondo tradizionalista come può essere il nostro mainstream.

Commenti (1)

  • brunocerimele 02/03/2017 ore 16:36 @brunocerimele

    NON ESISTE LA PERFEZIONE...PER FORTUNA C'E' TIZIANO FERRO!

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