20/04/2017

Un cuore incerottato in copertina. E un titolo non proprio accogliente: “Malaccetto”. Ovvero sgradito, indesiderato.

Dura la vita del cantautore, specie quando si ha l’impressione di trovarsi persi in un ghetto, senza intravederne l’uscita. Fino a sentirsi a disagio. In un ambiente, quello musicale – sponda indipendente – sin troppo autoreferenziale. Ugo Cattabiani non usa mezzi termini, d’altra parte non avrebbe senso farlo. Ma evita di alzare bandiera bianca. No, la sua non è una resa: continuare a incidere dischi equivale a lanciare una nuova sfida, è il modo migliore per sentirsi vivo e dimostrarlo. In barba al disagio e a tutto quel che ne consegue.

Tanto meglio se il disco in questione possiede un suo perché. “Malaccetto” esprime le varie anime del musicista parmense: è delicato e al tempo stesso energico, in bilico tra cantautorato classico (le acustiche “Canzone per un fratello” e “Notte d’artificio” fanno pensare a Bob Dylan o, se preferite, a Francesco De Gregori), jazzy (la rilettura di “Lontano lontano” di Luigi Tenco), suoni solidi e densi di polvere (la title-track) se non vagamente lisergici (“Circe”), con la presenza di un sax intento a cucire e a ricucire. Non mancano le sorprese: “Mi piace il bar”, canzone per soli clarinetto e chitarra, prende in prestito un testo di Andrea G. Pinketts, che regala un cameo. E poi, in “Malaccetto” c’è tanto del Cattabiani privato: nella morbidezza di “Rosa dei venti”, scritta pensando al mestiere di papà, e all’interno della conclusiva “Bob della Zena”, dedicata al musicista, nonché amico, Bob Quadrelli.

“Incollate al cuore, queste canzoni hanno tamponato alla bell’e meglio l’emorragia”, spiega nelle note di copertina Ugo Cattabiani. A conferma che arrendersi non ha senso. Specie se dalla tua hai un talento non indifferente.

 

 

 

 

 

 

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