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I Surf Cassette immaginano la California in riva al Naviglio, creando un sound convincente e autentico

Lenny Kravitz e gli Eagles, ma anche Katy Perry e i Led Zeppelin, la lista degli artisti che hanno risentito del fascino del Golden State è cosi ampia e varia che sembra non finire mai. La California, almeno da 50 anni a questa parte, ha ricoperto un ruolo di primaria importanza nella formazione del percorso musicale globale (basti pensare a quanto spesso l’aggettivo californiano ricorra per determinare un genere). Non si è insomma limitata solamente a sfornare decine di ottimi artisti indigeni ma ha anche espanso la sua influenza a generazioni e generazioni di musicisti propinando abilmente un mito differente per ogni stagione: dal punk adolescenziale dei Blink e dei Green Day alle leggendarie spiagge dove i Beach Boys praticavano surf, dalle peggiori periferie di Los Angeles che hanno dato i natali al rap della West Coast, ai più fortunati casi di sinergia cinematografica ("Easy Rider") fino ai portabandiera della rivoluzione psichedelica. Un’influenza che ha ovviamente impiegato poco tempo per varcare i confini nazionali finendo così col sublimare dal suo reale significato geografico per tramutarsi in vera e propria aspirazione stilistica. L’Italia ovviamente non è mancata all’appello e può vantare una lunga tradizione che va dai Dik Dik ai più recenti successi del rapper Tedua.

I Surf Cassette sono un trio milanese che, proprio con un'altra band meneghina (i Sorry Ok Yes), sembrano destinati ad avere più successo oltre confine, vittime, si fa per dire, di un'attitudine musicale che con la nostra nazione non ha proprio niente a che fare. La peculiarità di queste band sta proprio nel riproporre, con tutti gli stilemi del caso, un genere che nel nostro paese sarebbe ingiusto dire che non venga apprezzato ma, molto più semplicemente, non viene particolarmente praticato. Potrei porvi altri nomi: gli Orange di Francesco Mandelli o i primi The Styles, quando cantavano in inglese, sono esempi calzanti. Scoprire che i Surf Cassette, nella più scontata delle ipotesi proprio a causa del loro nome, abbiano più fan in Australia che in Italia, non dovrebbe sorprendere.

Ma qui non siamo in California, e come scriveva Gian Paolo Ormezzana "la lontananza è una condizione necessaria dell’arte genuina". I Surf Cassette pescano a piene mani da quel panorama californiano senza sforare in quella retorica stucchevole da colonna sonora di "The O.C." o tantomeno in quella caciarona ma altrettanto pericolosa di "American Pie".
Trovano spazio i Beach Boys, non potrebbe essere altrimenti, ma anche gruppi come Circa Waves, The Kooks e, soprattutto, i The Frights, forse ad oggi l’unica band che è riuscita a rivisitare quell’immaginario doo-wop anni '50 in chiave punk.

Sette ottavi dei brani dei Surf Cassette sono composti in inglese quasi a fungere da manifesto della loro poetica del disimpegnato, per sottrarsi di sana pianta da quella prerogativa tipicamente italiana che tende ad anteporre il testo alla musica, canzoni di un paio di minuti con ritornelli pesanti sono più che sufficienti per trattare gli unici due argomenti degni di nota, le spiagge e le ragazze, sicuramente abbastanza per farmi desiderare di sudare ad un loro concerto. Tre scavezzacolli che possono fregiarsi di un unico grande merito: essere riusciti a costruirsi un sound che funziona, immaginando come suonerebbe la California in riva al Naviglio.

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La recensione Surf Cassette di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2017-01-18 10:00:00

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