16/01/2017

"Build the modern chansonnier". Era il 2000 e con queste parole si chiudeva il primo album dei Baustelle, un viaggio tanto naif quanto dirompente in una giovinezza provinciale e sintetica. Sono passati 17 anni, l’età simbolo dell’adolescenza e i Baustelle mettono la parola fine a qualsiasi debito nei confronti di ispirazioni e padri nobili. Per farlo, scelgono la strada della radicalità, impastando in modo sfacciato tutte le citazioni che da sempre li caratterizzano e racchiudendole in dodici pezzi “oscenamente pop”, per citare la definizione di Francesco Bianconi.

Del resto, radicale era anche “Fantasma”, il loro album precedente: un disco costruito a partire dalle partiture d’orchestra, che aveva segnato il punto di arrivo di un progressivo allontanamento dalla canzone pop degli esordi. “L’amore e la violenza” comincia proprio da lì, da un’intro sinfonica super-barocca che viene strozzata dopo nemmeno un minuto, come a dire che è il caso di dimenticarsi il mondo sonoro di “Fantasma”, perché questa volta si va in tutt’altra direzione.

“L’amore e la violenza” parte dai profughi siriani e finisce nel sogno sixties del ritorno dell’Era dell’Acquario, in un continuo cortocircuito di epoche e rimandi, in cui i Pulp si incrociano con gli ABBA e un pop elettronico leggerissimo quasi si sovrappone a una coda prog. Il giochino di andare a riconoscere tutte le citazioni può essere divertente, ma anche fine a se stesso, perché dopo quasi vent’anni di carriera è giusto riconoscere al trio Bastreghi-Bianconi-Brasini un proprio stile. Si può citare Battiato e Jarvis Cocker, ma la cosa giusta da dire è che questo è al 100% un disco dei Baustelle. Dei Baustelle maturi, che ritornano alle origini con esperienza e autorevolezza, ricreando quell'immaginario sonoro al massimo delle possibilità, suonando tutto con strumenti analogici e preferendo alla batteria dei campioni presi da dischi anni '70.

Come per le musiche, anche nei testi siamo perfettamente calati nell’universo di Francesco Bianconi, con parole e rime allo stesso tempo forzate, ma perfette, che rinnovano quel senso di amore e fastidio che da sempre accompagna l’ascolto dei Baustelle (“piove su immondizia e tamerici, sui suoi 5000 amici”, da “Betty”). Flash narrativi che raccontano storie con poche parole (“ti ha lasciato un figlio, Foster Wallace, tre maglioni”, da “Basso e batteria”) si alternano a riflessioni esistenziali (“la vita è bellissima in quanto inutile”, da “La vita”) che non sono mai state così piene di speranza. La sensazione è che Bianconi sia arrivato a fare pace con il fatto che bisogna imparare a vivere, perché non c’è alternativa al futuro, aiutato forse anche dalla nascita della figlia. A lei è dedicato l’ultimo pezzo dell’album, che richiama un’altra canzone scritta per una figlia (“Culodritto” di Guccini) e chiude “L’amore e la violenza” con la voce di Rachele che canta “Tu scendi dalla stelle” a mo’ di ninna-nanna.

Non possiamo sapere cosa ci fosse nella testa di Bianconi quando cantava di voler costruire il modern chansonnier, ma probabilmente non siamo molto lontani.

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La recensione Baustelle - Recensione - L'amore e la violenza di Marco Villa è apparsa su Rockit.it il 23/08/2019

Commenti (1)

  • Saimon Fedeli 25/03/2017 ore 18:47 @saimon

    Bellissimo disco. consigliato.

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