17/03/2017

Black Holy Whiskey è il nome di un progetto musicale che dalla contorta Milano apre le porte all'America, a quel sud degli Stati Uniti in cui è nato il blues più rude, che poi si è mescolato ad altre mille correnti ed è diventato origine di infiniti altri generi.
Qui però si tocca il fondo, in questo disco le contaminazioni sono decise e scure, il folk si sporca di alcol e sigarette senza filtro, le chitarre acustiche si spogliano degli orpelli da saggio arpeggiato e sputano riff secchi e power chords imponenti. L'impasto è sanguigno, non c'è che dire.

Buona tecnica e una timbrica particolarmente profonda ed espressiva nella voce solista, rendono i brani dei Black Holy Whiskey carichi di suggestioni lontane, seppur i testi non si discostino dai classici del rock americano, quello anni '80-'90, suonati con la canotta e la camicia di flanella a quadrettoni, negli scantinati di Seattle e Detroit, tra sudore e disfacimento.

Anime lasciate andare, note minori e armonizzazioni dal tono acido, pezzi come "Disappear", "Man of steel" e "One black day" sono portatrici di ombre e fioche luci, la vena acustica dei Metallica resa ancora più melodica e blues, il metallo che si piega e prende la forma delle fiaschette. "My bride", come anche la conclusiva "Hey hey, my my" (cover di Neil Young) puntano sull'epicità del suono e le aperture dei ritornelli, sono brani con una progressione crescente che ipnotizza, lo slide scorre sulle corde ed emette vibrazioni fondamentali, in altri casi invece sono le ritmiche, anche di alcune parti di cantato ("War", "BBQ Muzik") a dare più incisività alla parte strumentale, in ogni caso i Black Holy Whiskey tengono la corda bella tesa al collo di chi ascolta, cacciano taglie facendo musica.

Una versione più spinta di "I feel you" dei Depeche Mode, che ne mette in risalto la già en presente parte rock, completa il quadro di un ottimo disco anche se non nuovo nel genere e nel suono.

Black Holy Whiskey un nome un simbolo: la barba gocciolante di alcol, i denti ingialliti dal tabacco, gli anelli ad ogni dita delle mani, la spregiudicatezza nel suonare ciò che è vecchio come se l'avessero inventato loro. Sfrontati e capaci, questi musicisti milanesi consumeranno le suole delle scarpe a suon di date nei migliori saloon d'Italia.

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati